La complessità del senso
19 10 2017

La tenerezza

latenerezza_12La tenerezza
Regia Gianni Amelio, 2016
Sceneggiatura Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Fotografia Luca Bigazzi
Attori Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi, Renato Carpentieri, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Hieb Khili, Valerio Camparelli, Renato Carpentieri Jr., fabio Cocifoglia, Bianca Panicci, Giovanni Esposito, Salvatore Camtalupo, Nunzio Giuliano.

Provare sentimenti? Il problema è “leggerli”, tradurli in linguaggio affinché consistano. Il viaggio dal linguaggio “interno”, con cui dalla percezione trasformiano gli “oggetti” (anche sentimenti) in oggetti oggettuali e cioè trasmettibili a noi stessi e agli altri in un contesto, può prendere forma di cinema. Non sembri pedanteria semiotica, gli è che lo stesso titolo di quest’ultimo film di Gianni Amelio pone un problema di traduzione del senso. La tenerezza, tra i sentimenti, non è il più semplice. Il latino teneo (tengo), tenère (avere nelle mani), o anche sostenere (tene me, sostienimi) rimanda, per traslato, a una battuta del personaggio di Fabio (Elio Germano), durante un colloquio/confessione con il protagonista Lorenzo (Renato Carpentieri): «Tutto quello che facciamo è una scusa per farci volere bene», per sostenerci. Prima del latino, la radice indoeuropea è “tendere”. Tendere la mano per poi tenere nella mano, chiedere in qualche modo, per avere, per ottenere. Se l’oggetto non sarà duro, se sarà tenero, si potrà più agevolmente tenere. Perfino per mangiarlo sarà necessario che sia quanto più tenero. E magari richiederà elaborazione, per esempio il ragù napoletano: «Prende il suo tempo», dice Lorenzo a Michela (Micaela Ramazzotti), da poco vicina di casa e giovane moglie di Fabio, ingegnere inquieto. La cura richiesta per un buon ragù somiglia tanto a una forma di tenerezza, le dimensioni, materiale e “spirituale”, sono facce di una medaglia. E non sempre la composizione è così trasparente da essere leggibile d’incanto, giacché ciascuno ha vissuto e vive la propria vita, quasi fosse un ragù speciale che si realizza man mano, col suo tempo. Siamo a Napoli, si sarà capito. Lorenzo – “È la prima volta che in un mio film c’è un protagonista che ha la mia stessa età”, dice Amelio – è un vecchio avvocato scorbutico e duro nei rapporti umani, vive solo nella sua grande casa antica e non vuole saperne di rapporti affettuosi con i due figli, Saverio (Arturo Muselli) e Elena (Giovanna Mezzogiorno). Vuole vicino a sé soltanto il nipotino Francesco (Renato Carpentieri Jr.). Con Elena c’è qualcosa di non “digerito”, legato alla morte della moglie (non amata) e alla presenza/assenza di una seconda donna (Maria Nazionale). Michela invece è accolta come una figlia, lei è una “semplice”, spontanea, “tenera”. Con Fabio e due bambini sono approdati a Napoli dal Nord, Michela è un po’ spaesata e svagata, il marito è teso, nervoso, come avesse un problema non risolto. Con Amelio entriamo pian piano nella vita di tutti loro, le scene si susseguono con apparente naturalezza, tagliate secondo una consequenzialità non esibita, un ciak dopo l’altro trovano una loro contiguità, tralasciano metafore, agganciano il profilmico senza ansia di inutili “ricchezze”. Si procede quasi domandandosi quale sia il punto, come invitati a una visita atematica, a una compagnia non richiesta, ci sentiamo partecipi di un disagio non definito che passa attraverso i dettagli visibili e traspare dalle figure umane, non-finite e compiute ad ogni inquadratura, sospese nei loro dettagli. Tutto il cinema di Amelio, dall’esordio “sperimentale” (La fine del gioco, 1970) a Il ladro di bambini (1994), a Registro di classe (2015) viaggia lungo un itinerario di discreta compromissione di “oggetti” che si rivelano e si propongono alla nostra attenzione per un contesto pensieroso, in una continua richiesta di partecipazione riflessiva e sentimentale. Non è nuovo il tema della tenerezza, comunque sotteso nella pratica di una ricerca critica, dove il metodo evita il sistema e dove il cinema si va costruendo con passione. Qui specialmente sembra che la riflessione voglia soffermarsi con insistenza, chiamando la tecnica del cinema e la scrittura del cinema a una condivisione intrinseca e perfino imbarazzante, con momenti di acutezza dolorosi nella loro insolvenza necessaria, nella loro stasi dubbiosa. Forse con qualche accentuazione di troppo, il film denuncia se stesso, la propria nevrosi estetica (filosofica), lasciandoci vicino alla porta di casa la chiave per aprire, se a  volte dimenticassimo la nostra, distratti come siamo dalle confusioni attuali. In quella casa può esplodere, vedrete, la distruzione di un uomo che insegue giochi di bambino, che tende la mano per una tenerezza difficile da cercare e da trovare. Si fa presto a dire famiglia se gli sguardi si perdono in uno spazio irrisolto. [In apertura al Bif&st di Bari, il 22 aprile 2017]

Franco Pecori

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22 aprile 2017