La complessità del senso
28 06 2017

I corpi estranei

film_icorpiestraneiI corpi estranei
Regia Mirko Locatelli, 2013
Sceneggiatura Mirko Locatelli, Giuditta Tarantelli
Fotografia Ugo Carlevaro
Attori Filippo Timi, Jaouher Brahim, Gabriel De Glaudi, Tijey De Glaudi, Dragos Toma, Naim Chalbi, El Farouk Abd Alla

Tra spontaneismo tematico e misurata finzione a tesi, il film di Mirko Locatelli è intenzionalmente impostato e girato “come fosse un documentario”. Sbarella però verso un naturalismo programmatico che sposta il discorso a livello dell’estetica, finendo per lasciare l’intento poetico in second’ordine. Il naturalismo è cosa seria, che non richiede, anzi esclude, l’”obiettività” – specie se cinematografica. Se si vuole, si può parlare di trasparenza: il cinema non è e non può essere mai trasparente, la presenza della macchina da presa non può che essere ingombrante, soprattutto quando vuole negarsi senza darlo a vedere. Le inquadrature de I corpi estranei – è vero – sono tutte lasciate lunghe, a “guardare” i personaggi e a “registrare” cosa succeda loro. Ma non è ciò che genialmente predicò André Bazin alla scuola della Nouvelle Vague, mezzo secolo fa. Quel cinema francese, diversamente dal neorealismo italiano (mai stato, del resto, altro che un insieme di singole poetiche) mostrò preferenza estetica per uno sguardo attento agli “accadimenti sul set”, tali che potessero divenire, al di là del film prefigurato, vita stessa del materiale girato, oltre la storia narrata, al di là della sceneggiatura. E’ ciò che non avviene nel film di Locatelli, presentato in occorso al Festival di Roma 2013. Il regista si affida al bravo Filippo Timi e al suo  accento umbro, incaricandolo di esprimere l’ansia, il dolore, lo stress di quel padre che accompagna in ospedale il figlietto, Pietro, malato di cancro al cervello. Dovrà passare qualche giorno insieme a lui, in attesa dell’intervento chirurgico e poi del responso dei medici. Timi si accolla il compito di affrontare i tempi “vuoti”, i momenti statici delle lunghe attese, accanto al piccolo, nei corridoi, alla macchina distributrice di bevande, ecc. E’ un padre amoroso, atteso dalla moglie rimasta a casa con altri due figli. E’ anche un uomo curioso e sensibile alle presenze “estranee” di persone sottoposte come lui al medesimo tipo di cura e di attesa. Un ragazzo arabo, specialmente, che assiste un amico insieme a parenti e altri amici. S’incontrano mondi diversi, modi di fare non facilmente comunicanti. La situazione, di per sé, contribuirà ad avvicinarli. Ma non è questo il film, ché sarebbe una banalità più che scontata, un’indicazione tematica perfino fastidiosa. Il film è, o meglio sarebbe nel senso di attesa angosciosa e noiosa che verrebbe dalla costrizione, amorosa e doverosa insieme, di Antonio, un padre qualsiasi nella Milano di oggi, lontano da casa col suo piccolo malato, in attesa di un destino fatto di null’altro che la speranza di vivere. Il set, però, non vive. Si vedono figure muoversi, anche respirare, ma senza vera autonomia, come se la cinepresa sperasse che da un momento all’altro il “documentario” uscisse da se stesso e imboccasse la via dell’ignoto trascorrere degli eventi. Eventi a sorpresa, in ogni vero film non di genere, scaturito dalla creatività degli autori (la troupe intera).

Franco Pecori

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3 aprile 2014