La complessità del senso
24 08 2017

A Lady in Paris

Une estonienne à Paris
Regia Ilmar Raag, 2012
Sceneggiatura Ilmar Raag, Agnès Feuvre, Lise Macheboeuf
Fotografia Laurent Brunet
Attori Jeanne Moreau, Laine Mägi, Ita Ever, Piret Kalda, Patrick Pineau, Ago Anderson, Roland Laos, Liis Lass, Tõnu Mikiver, Helle Kuningas, Helene Vannari.
Premi Locarno 2012, Premio della Giuria Ecumenica.

Una commedia sulla badante che non trova disponibile la sua assistita, anziana “ribelle” e ancora innamorata della vita e soprattutto dell’ultimo suo amante, più giovane di lei, poteva viaggiare sul binario di una banalità scontata, riducendosi al filmetto divertente. L’estoniano Ilman Raag, al suo secondo lungometraggio dopo Klass – debutto premiato a Karlovy Vary nel 2007 -, gestisce il destino “leggero” del film con uno stile degno del miglior cinema francese. Rispettoso degli anni (85) che miracolosamente non appesantiscono l’arte della grande Jeanne Moreau e attento alle possibili pieghe psicologiche del racconto, lo script trova nel misurato montaggio delle sequenze il giusto strumento per giocare in un elastico tra memoria e respiro esistenziale. Anne (Laine Mägi) lascia l’Estonia dopo aver curato per due anni e poi visto morire la madre. Le è stato offerto un incarico di badante a Parigi, dovrà assistere l’anziana Frida,  signora dal carattere forte e dalle passioni inestinguibili, arrivata anche lei nella Ville Lumière dall’Estonia quando ancora era nel pieno della gioventù. Avrebbe voluto fare l’attrice, Frida, ma aveva preferito godersi gli amori dei quali porta dentro di sé il piacevole ricordo. All’ultimo suo uomo, Stéphane (Patrick Pineau), ha intestato un bar, sperando così di poterlo avere ancora accanto. Sulle prime, l’arrivo di Anne sembra a Frida nient’altro che un intralcio alle proprie aspirazioni affettuose. Poi, man mano, il dialogo tra le due donne va articolandosi e vengono fuori i loro lati positivi. L’umanità e la capacità di ascoltare, da parte di Anne, i segnali provenienti dalla scontrosità di Frida si fondono con le aperture generose della signora. E i buoni sentimenti finiranno per condurre al giusto finale, con Frida disponibile a riconoscere al suo Stéphane il diritto di vivere la propria vita. Bravi gli interpreti e più che apprezzabile il metodo del regista, il quale ci fa vedere come si taglia un’inquadratura senza assassinare l’azione, ci regala “piani di ascolto” che costruiscono con discrezione la storia intima di Anne; e ci invita a osservare come si coltiva una suspense dei sentimenti legando delicatamente i minimi “trasferimenti” emozionali dei protagonisti.

Franco Pecori

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16 maggio 2013