La complessità del senso
21 09 2018

Ulysses – A Dark Odyssey

Ulysses – A Dark Odyssey
Regia Federico Alotto, 2017
Sceneggiatura Federico Alotto, Andrea Zirio, James Coyne
Fotografia Davide Borsa
Attori Andrea Zirio, Danny Glover, Udo Kier, Anamaria Marinca, Gianni Capaldi, Daniel McVicar, Jessica Polski, Christopher Jones, Stewart Arnold, Walter Nudo, Alessia Pratolongo, Mario Acampa, Skin.

Si fa presto a dire Joyce, si fa presto anche a dire Omero. Ulisse, il signor Nessuno dell’Odissea, non è facile da cogliere. Il personaggio, fascinoso all’apparenza, è tradizionalmente ostico, soprattutto per un suo carattere sfuggente, di uomo furbo che vuol dire sempre chissà cosa e finisce per perdersi nei meandri dell’avventura, per subire le conseguenze del suo sbandamento metodico, del suo mirare al recupero dell’impossibile. Astuto sì, ma alla fine vince? Contro chi? C’è voluto Alighieri per tirarlo fuori dalla confusione retorica, grazie alla celebre tirata in terzine: “fatti non foste al viver come bruti…”; ma poi, col cinema, si è ridiscesi in un inferno meno nobile, somigliante a Kirk Douglas e camerineggiante (1954) all’americana nel dubbio “avventura o famiglia” (Mangano Penelope&Circe). Qui da noi si tirò avanti con la lettura liceale dell’Odissea fino alla metà circa dei favolosi anni Sessanta, ma si era fatto finta di niente all’uscita del romanzo di James Joyce (1937), attendendo per la traduzione italiana che la digestione della cultura fascista fosse almeno discretamente avanzata (1960). Ora che succede? Per la prima volta al mondo, ecco a voi l’Odissea rivisitata in chiave non solo moderna ma postmoderna. E girata in inglese, addirittura in americano (doppiata da attori come Ugo Pagliai, Dario Penne, Sevaggia Quattrini, Adriano Giannini), per un occhio di riguardo al pubblico giovane, al quale si offre, oltre alla pronuncia atlantica aperta e tirata via, l’immagine complessiva di un mondo elettrico, nervoso, splatteroso, pieno gremito di dubbi ininfluenti, invaso dall’orribile invadenza di guerre attinenti (Siria, Turchia, Palestina), perduranti, incidenti sul dato estetico. Che si fa? Si veste Ulisse da combattente tipo-marine e lo si guarda sfregiarsi in volto e nel cuore, tuttora disperato alla ricerca di Penelope, trapassare capitoli mitici di una narrazione sgonfiata e rigonfiata con magheggi cinetici e colorazioni elettriche, fino allo svuotamento sostanziale dell’antica avventura. Ma il vantaggio è nella comprensibilità (pare si presupponga) del portato mitologico e dunque della Lectio Magistralis in formato psicothriller drogato. I giovani oggi, si sa, gradiscono la supervicinanza, l’immediatezza assoluta, il contatto anche virtuale purché contatto: ben venga lo Zero/Ulysses, si mescoli Omero a Joyce, purché nell’odierna Odissea si parli come si mangia oggi. Il film risponde palesemente a tali criteri, anche se gli autori, al loro esordio – Federico Alotto nella regia, Andrea Zirio in un ruolo da protagonista -, non hanno trascurato ogni tentativo per sfornare una prima prova in formato “artistico” ben esibito. Una galleria di “coatti”, trans, magheggi, oracolume, kebab bisunto, Circe nel casino, cane  Argo incolume, tutto ok.  Tanta carne (umana) al fuoco, con qualche bruciatura, ma nel complesso un bel guazzabuglio autoriale, degno del cast internazionale. Alla fin fine, un signor Mascagni per una celebrazione torinese – saremmo a Taurus City, ma insomma facciamo a capirci -, a teatro, in un’Europa “sicura”, protetta da soldati scuri, elmetto quadrato, mitra spianato. Omero ovviamente si salva, ci mancherebbe, e si salva anche il dublinese, ché ha sempre saputo difendersi da solo.  

Franco Pecori

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14 giugno 2018