La complessità del senso
07 12 2019

Martin Eden

Martin Eden
Regia Pietro Marcello, 2019
Sceneggiatura Maurizio Braucci, Pietro Marcello
Fotografia Francesco Di Giacomo, Alessandro Abate
Attori Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Carlo Cecchi, Autilia Ranieri, Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Savino Paparella, Vincenza Modica, Giustiniani Alpi, Giuseppe Iuliano, Peppe Maggio, Maurizio Donadoni, Gaetano Bruno, Franco Pinelli, Anna Patierno, Lana Vlady, Aniello Arena, Diego Sepe, Sergio Longobardi, Giordano Bruno Guerri, Chiara Francini.
Premi Venezia 2019: Coppa Volpi Luca Marinelli

Non sarà l’evoluzionismo darwinista del britannico Spencer (1820-1903) a decidere della lotta di classe, una volta che la visione “rossa” delle sorti dell’umanità si sarà scolorita fino al pallido languore quasibianco dell’era postatomica. Entrati nel Terzo Millennio, siamo coscienti della problematica, produttiva di insoddisfazioni globali e di prospettive confusionarie. Martin Eden, il romanzo quasi autobiografico dell’americano Jack London (1876-1916), non ci aiuterà ancora per una rilettura seria del socialismo né del marxismo, pur prigionieri, quali ci consideriamo, della mitologia del Benessere (Wellfare), traguardo di malefiche cancellazioni automatiche e progressive. Il tema del conflitto inconiugabile tra individualismo liberale borghese e socialismo transatlantico può restare materiale per un film da farsi, anche al di là del buon merito di Pietro Marcello. Il quale regista, dopo la significativa prova de La bocca del lupo (Torino 2009), ha insistito (Il Silenzio di Pelesjan 2011, Bella e perduta 2015) a nutrire la propria creatività d’una sorta di vizio congenito, suo e del cinema stesso, capace di nutrire la propria sostanza formale di intuizione fiabesca e di ancoraggio referenziale. Ora, la cinepresa, come costretta sul binario romanzo, non si arrende all’avidità del valore simbolico/metaforico di ogni scelta, di inquadratura e di montaggio, di materiale profilmico e di scansione narrativa. Ad ogni passo del “racconto” una sosta “documentaria”, una punteggiatura riflessiva, sfogliando l’album di una storia interiore, di un Immaginario del secolo passato non cancellabile, pena la memoria di noi stessi, di noi tutti generazione del trapasso da Cultura a Culture, da borghesia a nuova trasmigrazione. Martin, scrittore per vocazione residua in un momento nascente, saggio estimatore “nativo” di un alfabetismo ancora necessario nel quadro della società tumultuosa – “Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà -, nemico dell’arroganza e affamato di viaggi nell’Umanità, portatore sano di tracotanze benefiche, è tentato di lasciare la Napoli povera e vera per l’attrazione di una figlia di genitori benestanti (Jessica Cressy nella parte di Elena Orsini). Ma il suo non è e non può essere un romanzo del Cuore. Il combattimento tra diversi affetti soggiace per un po’ al richiamo del gradino sociale, ma non riesce a colmare l’ansia del mondo nuovo. Sono gli anni in cui le Arti si aprono ai linguaggi e i linguaggi assumono nuova coscienza. La spontaneità di una scrittura si confronta con la padronanza di sé. Combattuto tra vagheggiamento socialista e vita intellettuale da conquistare, tra individualismo semi-istintivo e affermazione professionale, lo scrittore non trova la giusta soluzione di vita. E il regista lo lascia fare, lo lascia stare, lo lascia vivere le sue contraddizioni quasi all’impronta, di inquadratura in inquadratura, conservando i materiali del film per un altro film, che è pur sempre da farsi. Luca Marinelli, tra Jeeg Robot e Fabrizio De André, sceglie l’espressione “diretta”, dà sfogo all’energia scenica e merita una Coppa Volpi veneziana.

Franco Pecori

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4 settembre 2019