La complessità del senso
18 12 2017

Ghost in the Shell

film_ghostintheshellGhost in the Shell
Regia Rupert Sanders, 2017
Sceneggiatura Jamie Moss, William Wheeler, Ehren Kruger
Fotografia Jess Hall
Attori Scarlett Johansson, Takeshi Kitano, Michael Pitt, Pilou Asbæk, Chin Han, Juliette Binoche, Danusia Samal, Lasarus Ratuere, Yutaka Izumihara, Tawanda Manyimo, Peter Ferdinando, Anamaria Marinca, Kaori Momoi, Kaori Yamamoto.

Vecchia storia. Non è perché la pubblicazione del manga di Masamune Shirow e Anime di Mamoru Oshii risalga al 1989, in Giappone sullo Young Magazine; né perché l’adattamento in cinema, abbia avuto già due risultati per la regia di Mamoru Oshii, Ghost in the Shell 1995 e Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg 2004. Gli è che in questa versione di Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore 2012), si insiste ancor di più sul tema “anima/corpo”, questione che negli ultimi decenni inquieta, sia presa in sé e sia in prospettiva futura, guardando allo sviluppo tecnologico. Se uno scienziato, un fisico, può dirci che siamo dei campi elettromagnetici, un medico può rassicurarci sulla possibilità di cura degli organi tramite sostituzione e un tecnico cibernetico può mostrarci “meraviglie” della robotica. Nell’ultimo caso, specialmente, tendiamo a usare il parametro “meraviglia” in quanto legati alla mitologia millenaria della vita “altra”, visione basata appunto sulla tendenza a separare corpo da anima. Ora diciamo che i due concetti sono “in viaggio” verso nuovi/diversi orizzonti, per la cui coscienza, a livello di massa, non siamo ancora adeguatamente attrezzati. Da cui il fascino della vecchia storia, con essa trasmigriamo fantasticamente in un mondo che, mentre s’intesse di immagini e immaginazioni configurate alla vecchia maniera (iconologia cyberpunk, scontri e lotte usurate in cimenti ormai “medievali”, con balzi e raffiche più antichi di un western), ci propone ben altro confronto; o meglio, ci suggerisce implicitamente la necessità di superare (delete) non il confronto bensì la questione. Anche dal punto di vista strettamente narrativo, avvertire come drammatica la disputa mortale per il controllo del “Progetto Top Secret 2501” comporterebbe l’irrilevanza del tema che invece è centrale al di là della trama. E non si può fingere di non averlo sotto gli occhi, il tema: ha il volto di Scarlett Johansson, magica contraddizione con il resto della figura. Ma contraddizione non tanto, se noi non abbocchiamo al trucco del titolo che ci suggerisce l’idea di “involucro”. Il corpo cibernetico di Maggiore Motoko Kusanagi non è altro che quello che è, capace di svolgere le funzioni richieste. La testa è ancora – possiamo dire – “in viaggio” sulla scia di una memoria che comporta qualche disfunzione, dovuta probabilmente a inadeguate sostituzioni e/o cancellazioni. Il bagaglio culturale ci ripropone la figura della “mamma”, la mamma è sempre la mamma – gli interventi sperimentali di trasformazione cibernetica (dirigente la Dott.ssa Ouelet, Juliette Binoche) sono stati operati su giovani allontanatisi da casa, dai genitori. Ma non è molto di più della funzione cyberpunk: a livello metafisico, ambient. Certo, la fase di passaggio è sì drammatica per le conseguenze radicali che comporta nella storia (vecchia!) dell’Universo e sotto quest’aspetto l’attrice realizza con pieno merito il difficile ruolo, trasmettendo con trasparente consapevolezza la complessità della propria “situazione”. Tutto il resto è contorno di più vecchie storie – a New Port City, in Giappone, la polizia combatte il terrorismo informatico – e gestione delle relative, ottime (Dreamworks) possibilità nella trascrizione del fumetto in “live action”.

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Franco Pecori

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30 marzo 2017