La complessità del senso
17 12 2017

Blue Jasmine

film_bluejasmineBlue Jasmine
Regia Woody Allen, 2013
Sceneggiatura Woody Allen
Fotografia Javier Aguirresarobe
Attori Cate Blanchett, Alec Baldwin, Sally Hawkins, Louis C. K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Peter Sarsgaard, Michel Stuhlbarg, Daniel Jenks, Max Rutherford, Kathy Tong, Max Casella, Alì Fedotowsky, Alden Ehrenreich, Tom Kemp, Emily Hsu, Tammy Blanchard, Annie McNamara, Shannon Finn, Charlie Tahan.
Premi Oscar 2014: Cate Blanchett atr.

Dopo la poco fruttifera ricognizione europea (Barcelona, Paris, Rome), Woody Allen prova a tornare in sé e per sé. Il vago sentore documentario delle precedenti perlustrazioni, mescolato al marchio di fabbrica estetica dell’autore di Manhattan, aveva trasmesso un indice di estraneità fittizia che mal si addiceva alla poetica più produttiva del nostro. E siamo alla figura femminile, una delle figure di riferimento di Allen, autore che comunque parla di Woody e del proprio “insopportabile” (ma simpatico e divertente) mondo. Questa volta la prescelta è Jasmine, affidata alle superlative doti trasgressive di Cate Blanchett, attrice in grado di esibire la metafora da lei stessa incarnata mentre, con accanimento quasi violento, la scompone e la distrugge. Ed è appunto questa l’essenza intenzionale delle scelte estetiche di Allen, perennemente sul filo del proprio baratro, salvato sempre in extremis da una capriola artistica che lascia lo spettatore solo, di fronte alle proprie responsabilità di giudizio. Lasciamo stare l’interminabile fase “informativa” iniziale, con movimenti di macchina inutilmente circospetti e con accumulo di tipizzazioni “contro lo stereotipo”, montagne che ostacolano l’ingresso nel film vero e proprio, scrupoli comunicazionali di cui un regista come Woody Allen potrebbe fare a meno: l’importante è che la signora Jasmine entri finalmente in scena interpretando se stessa, libera dal fardello refenziale targato “snobberie Newyorchesi centrali contro proletarie miserie periferiche”. Qualche tratto spiccatamente identificativo è conservato anche nel prosieguo del film, essenziale l’uso dello Xanax, ansiolitico assunto con valore più simbolico che terapeutico da Jasmine, in quantità che gareggiano forsennatamente con i sorsi di alcolici e con i conseguenti sguardi nel vuoto. Gli occhi di Cate, sbarrati e velati da lacrime incipienti o addirittura generosamente copiose, strizzano irate ironie e sofferenze artefatte, tipiche di una donna come Jasmine, vagolante in un fuori-dentro-di-sé non più forzosamente inconsapevole di quanto non lo sia l’intera fascia sociale che ella rappresenta nel contesto di riferimento. E questo è un merito spesso (non sempre) ricorrente nella cinematografia di Allen. Magistrale la prova di attrice della Blanchett, esplicitamente candidata ai riconoscimenti massimi. Ma veniamo a quello che, sottostante all’insieme, può essere il vero tema, denominatore essenziale sul versante umanistico, del lavoro di Allan Stewart Konigsberg: il tema delle bugie (agli altri e a se stessi), qui reso trasparente dalle forme espressive incastrate nel montaggio, con le situazioni singole intessute e richiamate l’un l’altra tramite appunto la serie di trasalimenti “sfiguranti” tracciati dal volto di Cate/Jasmine. La “lotta feroce tra tipicità e vita”, di cui parlavamo a proposito del più riuscito tra gli ultimi film di Allen, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010), assume qui l’importanza di un vero e proprio disvelamento progressivo, che trasforma la crisi della signora-bene in una catastrofe curativa e salutare. Il matrimonio con il ricco truffatore (Alec Baldwin) che le aveva fatto apparire il mondo luccicante di soddisfazioni modaiole, l’incontro con l’aspirante carrierista diplomatico (Louis C. K.), la necessitata immersione nell’umile contesto familiare della sorellastra Ginger (Sally Hawkins) – altra catarsi, a livello “inferiore”, per cui trionfa l’amore coniugale contro improvvide e illusorie fughe tangenziali – non fanno che spingere la “disperazione” di Jasmine verso il riconoscimento della propria bugia di fondo, che non si può vivere canticchiando trasognati Blue Moon, il fascinoso motivo del 1934, scritto dai mitici Richard Rodgers e Lorenz Hart. E’ anche vero che, a proposito della musica, Woody Allen corre ai ripari e contrasta il senso del song impresso nell’animo di Jasmine “incartandolo” in un andante continuo di jazz vagamente quanto esplicitamente tradizionalista, ma di certo il destino della signora newyorchese non sarà, d’ora in poi, riavvolgibile in una nostalgia di montaggio.

Franco Pecori

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5 dicembre 2013