La complessità del senso
23 08 2017

Kong: Skull Island

film_kongskullislandKong: Skull Island
Regia Jordan Vogt-Roberts, 2017
Sceneggiatura Dan Gilroy, Max Borenstein
Fotografia Larry Fong
Attori Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, John Goodman, Brie Larson, Jing Tian, Toby Kebbell, John Ortiz, Corey Hawkins, Jason Mitchell, Shea Whigham, Thomas Mann (II), Terry Notary, John C. Reilly, John West Jr., Will Brittain, Marc Evan Jackson, Eugene Cordero, James Edward Flynn, Jamie A. Marchetti.

1944, ennesimo duello aereo tra Stati Uniti e Giappone. I due piloti nemici finiscono in una terra deserta, si rincorrono a piedi e si perdono nella jungla. Appuntamento a più tardi, il sopravvissuto americano avrà le sembianze di John C. Reilly. 1973, tra pochi mesi si concluderà la lunga guerra del Vietnam, pesanti sono le ultime perdite statunitensi. Nell’Isola dalla forma di teschio, misterioso e inarrivabile sito del Pacifico, una squadra mista di esploratori, militari e scienziati – tra i componenti, l’agente ricercatore Bill Randa (John Goodman), l’ex ufficiale ed esploratore James Conrad (Tom Hiddleston), il reduce Tenente Colonnello Packard (Samuel L. Jackson), la fotoreporter “pacifista” Weaver (Brie Larson) – vive un cortocircuito storico: piomba in un passato remoto mai conosciuto prima e verifica la speranza di un reinnesto di civiltà, per una prosecuzione più sognata che realmente riconquistata. “Questo posto cambierà, si spegnerà la luce”… Il finale è a sorpresa e, attenzione, arriva dopo i titoli di coda. Strada facendo, gli uomini hanno l’occasione antropologica, più unica che rara, di fare conoscenza diretta con il primo Kong, “re” preistorico, mai visto finora. Il teatro dell’azione è il frammento residuo di un paradiso primordiale, popolato da specie di animali giganteschi. Dal fantastico gorilla del 1933 (regia di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack) alla serie dei Godzilla culminata col film di Gareth Edwards (2014), il fantasticare si era evoluto da scimmia mostruosa a mostruoso residuo del tipo dinosauro, la cui energia era stata riattivata dalla malefica influenza atomica con l’apporto tecno-creativo delle virtù nipponiche (Ishiro Honda, 1954). Ora un passo indietro, ritorno all'”umanità” di Kong, gigantesco (alto 30 metri) e “buono”, dio protettore contro la malvagia aggressività degli altri esseri primordiali. Sostanzialmente, si tratta dell’ansia, trasmessa in forma metaforica, del recupero sistemico (tranquillizzante) di una logicità del dominio, del controllo e delle leggi primarie (immodificabili) dell’espansione vitale, il cui Destino è forse ancora rintracciabile all’origine e verificabile nella fantasia. La cultura dello Spettacolo corre in soccorso, una sorta di alprazolam schermico, sonorizzato e digitalizzato per l’esibizionismo della cura. E confidiamo nella Bontà naturale, nel carattere “altruista” del gigantesco Kong. Il suo sguardo “consapevole” lo rende disponibile a sentimenti di pietà verso la malasorte che opprime gli esploratori, ignari e succubi delle tristi contingenze sopravvenienti. A Kong basta una dolce carezza della fotografa Weaver (Brie Larson). Per il senso, il racconto attinge in maggior misura allo stile più che alla diegesi. Non solo il suono del rock di allora, ma la falsa semplicità delle soluzioni narrative e dei modi di dire, di muoversi, il montaggio delle scene povero di allusività, la “fiducia” illimitata nei personaggi, mai chiamati a dimostrare la loro consistenza. Un testo non tanto da leggere, fatto piuttosto per guardarne le “figure”. Una prova non semplice per Jordan Vogt-Roberts, alla sua prima regia importante. Ma qui le tecniche di animazione e la grafica computerizzata fanno il loro lavoro, con piena soddisfazione dello spettatore, gli scontri colossali tra specie di animali appartenuti alla notte dei tempi hanno una consistenza plastica pari alla disinvoltura/indifferenza con cui Kong neutralizza l’aggressività degli elicotteri da guerra. In un gioco vintage provocatoriamente “innocente”, armamenti e mezzi distruttivi perdono efficacia e si arrendono alla “ragionevolezza” della Natura. Napalm e suoni rock d’epoca vengono agitati in un cocktail distensivo che recupera in funzione riflessa la giusta calma per la sopravvivenza e fornisce l’ottimismo per un proseguimento non troppo azzardoso.

Franco Pecori

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9 marzo 2017