La complessità del senso
18 12 2017

Il sospetto

Jagten
Thomas Vinterberg, 2012
Fotografia Charlotte Bruus Christensen
Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Annika Wedderkopp, Lass Fogelstrøm, Susse Wold, Anne Louise Hassing, Lars Ranthe, Alexandra Rapaport, Ole Dupont.
Cannes 2012,  Mads Mikkelsen: at.

Sospetti di pedofilia verso un maestro d’asilo, qualunquismo e conformismo di un’intera comunità in una cittadina del Nordeuropa, travisamento pregiudiziale e “condanna” del sospettato per un’evidente quanto ingiustificabile necessità “istintiva” di autodifesa collettiva. Difesa di che? Dei “princìpi morali” necessari anche a contenere in ogni modo il comportamento generale di tutti: un recinto rigido entro cui sentirsi protetti dalle responsabilità individuali. Strumenti di controllo: repressione nascosta e violenza implicita, che può esplodere in caso di pericolo “trasgressivo”; normalità imposta, a coprire “regolari” eccezioni, come ad esempio le periodiche ubriacature “amichevoli” nel vuoto del tempo libero. Una bella società. Un film che poteva essere un filmetto da dibattito televisivo e che invece, per il valore di un regista come il danese Thomas Vinterberg (cofondatore con Lars Von Trier del manifesto programmatico Dogma 95, per un cinema “semplice”, liberato dagli effetti e dagli artifici spettacolari), insistente indagatore e svelatore di socievoli falsità nordiche, riscatta l’ovvietà della possibile discussione nell’artistica rappresentazione di un dramma interiore, profondo e, nel contesto dato, quasi irrisolvibile. Essenziale l’ultima sequenza. Sapevamo fin dall’inizio che il protagonista Lucas (Mads Mikkelsen) era innocente, pur se il contesto molto ben costruito nei particolari potenzialmente “pericolosi” (ma solo perché riferibili al sistema di difesa di cui sopra) ci riservava un filo di ambiguità estetica. Vinterberg gestisce con grande equilibrio espressivo il rapporto tra Lucas e il contesto, l’asilo, i bambini, la direttrice, i genitori, gli amici; e aggiunge elementi della crisi soggettiva del maestro, alle prese con una “ricostruzione” della propria vicenda familiare, divorzio, nuove prospettive affettive e recupero degli affetti con il figlio adolescente. Mikkelsen, giustamente premiato a Cannes, riesce a non disperdere in inutili ammiccamenti psico-sociologici la rabbia che gli cresce dentro per tutto ciò che gli sta capitando. Infine, uno sparo lo sorprenderà (non diciamo come), a specchio di una confusione insocievole che lascerà perplessi anche noi spettatori, abituati sì ai finali “aperti” ma non così, fuori dal rimando a una serialità che, di solito, ha funzioni tutt’altro che di apertura, servendo invece a restringere il campo della fantasia, dell’invenzione, della possibilità.

Franco Pecori



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22 novembre 2012