La complessità del senso
09 07 2020

Il lago delle oche selvatiche

Nan Fang Che Zhan De Ju Hui
Regia Yi’nan Diao, 2018
Sceneggiatura Yi’nan Diao
Fotografia Jingsong Dong
Attori Zenong Hu Ge, Gwei Lun Meii, Fan Liao,  Regina Wan, Dao Qi, Jue Huang, Zeng Meihuizi, Yicong Zhang, Yongzhong Chen.

Ombre cinesi e primordi/invenzione del cinema, tradizione della Settima Arte e proiezione in un infinito riscatto simbolico che la Storia ci invita a perseguire nonostante il frastuono degli effetti e delle pseudo reinvenzioni (reazionarie). Il senso del film si propone qui alla “lettura” non come recupero o rifacimento, non come scelta tardiva e/o referenziale. Generi – il Noir, uno per tutti – e stili – la distinzione/distanza dal “reale” offerta al confronto delle figure e non all’equivoco dell’obiettività – accettano il proseguire del cinema fuori da infantili nostalgie del cinema, da qualche (forse troppo) tempo alla moda. Il cinese Diao, dopo Fuochi d’artificio in pieno giorno Orso d’oro a Berlino 2014, affida alla costruzione dell’immagine il senso della complessità del racconto, ben al di là di una “registrazione dei fatti”; e però lasciando alla cinepresa la libertà creativa di un dialogo strutturale con il montaggio, senza che l’alternanza dei tempi – presente e passato/premessa – aggiunga letterariamente prevalenza emotiva al narrato. Dice la sinossi breve: “Un capobanda in cerca di redenzione e una prostituta pronta a rischiare tutto per riavere la sua libertà si ritrovano inseguiti dalla polizia. Sulle rive del Lago delle Oche Selvatiche si giocherà l’ultima partita che deciderà il loro destino”. Più che sufficiente e severamente insufficiente. Allo spettatore la scelta su quale versante di lettura muoversi. Certo, riguardo all’ “azione” – scontro anche fisico tra bande rivali nella spartizione del territorio per i furti di motociclette (archeologia anche sociologica?) – si nota una elementarità della figurazione e del ritmo. Si può pensare a una sorta di “arretratezza” rispetto alle “modernità” coreane o giapponesi. Ma filtrando la sensazione attraverso la raffinatezza della fluidità selettiva, si arriva presto a valorizzare l’inverso di un’ingenuità e a cogliere la profonda consapevolezza del cinema nella dialettica intrinseca di sostanza e forma sul piano di espressione e di contenuto. È l’invito della regia a cogliere i fiori della creatività non tanto dal significato “immediato” (referenziale) bensì dal senso composito (metaforico) dell’azione – sentimenti dei due protagonisti compresi. Dove comincia e dove si traduce in “obiettività” (storia e presente insieme) il rapporto tra Zhou (Zenong Hu Ge), appena uscito di prigione,  e Liu (Gwei Lun Meii), prostituta in cerca di riscatto? Si comincia dal loro incontro in una stazione ferroviaria “qualunque”, sotto una pioggia che diverrà totale tanto da uniformare il senso dell’acqua con  l’altro riferimento ambientale, del Lago delle oche selvatiche (seconda e principale scena-contenuto del film). Liu è innamorata di Zhou? I due protagonisti assistono ai fatti che li coinvolgono o li determinano? La società in cui si muovono è frutto di un passato troppo presente o di un presente troppo passato? In quale direzione quel certo mondo che vediamo (non guardiamo solamente) si muove? O sta invece fermo, privo di sbocchi o di soluzioni? L’arte delle luci, la fotografia traslucida di Jingsong Dong, dà un senso di innaturale definizione dei fatti che ci costringe a ri-vedere l’azione oltre l’immediatezza dell’impatto dinamico a cui si affida quasi sempre il cinema “americano”, dove gli scontri sono per lo più prioritariamente scontri fisici, scazzottata o equivalente, perfino tra supereroi. [Cannes 2019, concorso] [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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13 febbraio 2020