La complessità del senso
19 08 2017

Una settimana e un giorno

USEUG_100x140_v01_D4_WEBShavua ve Yom
Regia Asaph Polonsky, 2016
Sceneggiatura Asaph Polonsky
Fotografia Moshe Mishali
Attori Shai Avivi, Eugenia Dodina, Tomer Kapon, Alona Shauloff, Uri Gavriel, Sharon Alexander, Carmit Mesilati Kaplan.
Premi Cannes 2016, Semaine de la Critique: Prix Fondation Gan à la diffusion.

Israele oggi. La Shiv’ah è la settimana di lutto stretto che nell’ebraismo si osserva da parte dei famigliari più stretti della persona defunta. Si rimane in casa e si limitano le attività all’indispensabile o a ciò di cui si ha voglia. Il periodo ha inizio subito dopo il funerale e termina dopo la funzione religiosa del mattino del settimo giorno. Gli altri parenti e gli amici della famiglia cercano di prestarsi, in modo che il periodo passi con il minor disagio. Sotto forma di commedia, con momenti di dolore rituale e con punte di satira e anche di sarcasmo, Asaph Polonsky (Washington, 1983), al suo primo lungometraggio, racconta i momenti del ritorno alla vita normale in casa di Eyal (Shai Avivi) e Vicky (Evgenia Dodina), due genitori che hanno perso il loro figlio. La parte del protagonista è affidata a Shai Avivi, attore comico e drammatico molto apprezzato nella televisione israeliana. Sin dalle prime sequenze, percepiamo un tono “indiretto”, un modo di trasmettere un certo disagio nella situazione Shiv’ah, in cui acquistano importanza, di momento in momento, dettagli apparentemente secondari e comportamenti che potrebbero sembrare eccentrici. Intanto, il recupero di due oggetti appartenuti al defunto, una coperta multicolore e una busta contenente una certa quantità di cannabis: Eyal li trasforma in due riferimenti essenziali per la propria ripresa, a metà tra amoroso rispetto per la personalità del figlio perduto e nuova cura per un’esistenza diversa, più vicina all’essenza del proprio carattere e a una nuova esigenza di dignitosa libertà personale. Ed ecco che i rapporti con i vicini di casa, i quali non si sono fatti scrupolo di accoppiarsi rumorosamente durante i giorni luttuosi di Eyal, si traducono improvvisamente in scontro caratteriale che rende problematico il proseguimento del buon vicinato. D’altra parte, sarà proprio il figlio dei vicini, Zooler (Tomer Kapon), a trasformare l’occasionale nuova consonanza di carattere con Eyal in un vero e paradossale rapporto, per la riscoperta di un mondo meno rigidamente condizionato dalle regole tradizionali. Arriveremo a vedere Zooler ed Eyal nella camera del ragazzo morto, col suo contrabbasso ancora appoggiato in un angolo e con il letto su cui dormiva, consolidare una prospettiva esistenziale imprevista. Ma attenzione: un po’ di cannabis non basta a cancellare tutta una cultura. Sia pure con qualche difficoltà sopraggiunta, Eyal troverà comunque una degna e coerente sepoltura per suo figlio nel cimitero prescritto. Vicky, madre e moglie tollerante, assiste con la necessaria pazienza. Colpisce, nella regia, la scrupolosa attenzione verso la “battaglia” dei codici, una lotta interna, discretamente indagata ed esibita, per la sopravvivenza delle referenze culturali e insieme per il loro rinnovamento.

Franco Pecori

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11 maggio 2017