La complessità del senso
18 12 2017

Resident Evil: Retribution

Resident Evil: Retribution
Paul W. S. Anderson, 2012
Fotografia Glen MacPherson
Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory, Kevin Durand, Oded Fehr, Li Bingbing, Shawn Roberts, Johann Urb, Boris Kodjoe, Colin Salmon, Megan Charpentier, Aryana Engineer, Parys Sylver.

Il videogioco di Alice nel mondo del contagio virale continua, nonostante la ripetitività appesantisca ormai un po’ troppo il prodotto. Ma la battaglia finale pare abbia inizio, c’è da ben sperare. Siamo al quinto film – Paul W. S. Anderson ha diretto il primo, Resident Evil, nel 2002 e dopo i due non suoi (Apocalypse 2004,  Extinction 2007) e il suo Afterlife in 3D del 2010, riprende ancora il discorso forse inutilmente “infinito”. A dieci anni dalla fuga letale del T-virus da l'”Alveare” della Umbrella Corporation, i non-morti assetati di carne umana hanno tutt’altro che placato la loro fame e le difficoltà di Alice sembrano intatte. Il fallimento della sperimentazione biogenetica, tema non propriamente digestivo, pur compensato in parte dalle modificazioni del dna della protagonista, non ci rassicura ancora sul futuro del genere umano: alla lunga, il giocattolo che si fa film mostra la propria impotenza risarcitoria. Non ci resta che seguire il giro della giostra. Certo Alice non manca di energia e di mezzi per difendersi dagli ostacoli, da Tokyo a New York a Mosca, l’eroina si muove in uno spazio-tempo puramente convenzionale e gli amici più sicuri sono sempre i pistoloni infallibili che usa con sovrumana destrezza. Più forte Alice, più deboli gli umani invasi dagli zombie: che fare se non calcolare la forbice e rimediare per quanto possibile, sul filo di un’azione paradossale che vive della convivenza modaiola e ardua di due generi, fantascienza e horror? La fine del gioco è ciò che il gioco, di per sé, non sopporta. Questo è il punto. Ora Alice e i suoi amici si trovano a lottare per la loro stessa vita e il gioco sembra poter uscire da sé, divenendo, appunto in vista della fine, qualcosa di più serio. Ma sarebbe il momento di un salto di qualità che la regìa non prevede e non può fare, nata com’è e cresciuta nel recinto progettuale dove il Male risiede in quanto gioco. Entro tali limiti, va bene che la mostruosità dei non-umani si colorisca di ulteriori effetti e che gli ambienti in cui si muove Alice non conoscano geografie se non per il montaggio diversificato di sequenze spettacolari dislocate in Giappone, in Russia, in America. Le location rispondono a una finzione tecnologica il cui scopo è la vendita di armi biologiche definitive. Nella Umbrella sta il cervello. E ciò che accade è virtuale. Nello stretto di Kamchatka è la struttura che la Umbrella ha ampliato utilizzando come base i sottomarini atomici dell’ex Unione Sovietica. Da lì sono partiti i test per generare contrapposte “prove” di morte che con la loro verosimiglianza convincessero all’acquisto le diverse potenze mondiali. Uscire da Umbrella, questo è il problema. Che il gioco si svolga. Si può restarne affascinati e non c’è niente di male se il recinto rimane protetto, «quando avviene una proiezione olografica nessuno guarda il cielo». Ma basterà che in un momento ci sovvenga una Milla non-Alice, diciamo qualche immagine di film precedenti che l’abbiano vista sul set, Giovanna D’Arco (Luc Besson 1999), o fate voi. Diventerà possibile che anche il clone di una bimba riacquisti altro senso.

Franco Pecori

Print Friendly

28 settembre 2012