La complessità del senso
18 09 2020

Pinocchio

Pinocchio
Regia Matteo Garrone, 2019
Sceneggiatura Matteo Garrone
Fotografia Nicolaj Bruel
Attori Federico Ielapi, Roberto Benigni, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Marine Vacth, Alida Baldari Calabria, Alessio Di Domenicantonio, Maria Pia Timo, Davide Marotta, Paolo Graziosi, Gianfranco Gallo, Massimiliano Gallo, Marcello Fonte, Teco Celio, Enzo Vetrano, Nino Scardina.

Mastro Ciliegia (Paolo Graziosi) deve aver proprio bevuto, se ha voluto regalare a Geppetto (Roberto Benigni) quel bel troncone d’albero giusto perfetto per scolpire un burattino “figlio” di legno. Benigni è quel che ci voleva per rendere l’idea del sempliciotto senza un centesimo per una minestra, stralunato e sentimentale, furbo di quel tanto da giustificare una certa sua ingenuità verso il barcamenarsi quotidiano nel povero paesino toscano in cui s’è trovato a vivere da solo. Detto fatto, il burattino è subito una meraviglia. E si meraviglia esso stesso d’essere quasi un bambino vivente. Bravo Federico Ielapi a calarsi nel personaggio. Clima – ambienti, cadenze, tempi, giunture, luci, respiro delle battute – fiabesco senza virgolette. E siamo già all’autentico. Illustrazioni e didascalie restano a casa, nella casa dei collezionisti di ambizioni mancate. Il bimbo ligneo entra con naturalezza nel mondo, non abbiamo alcun “avvertimento” estetico. Stessa cosa sul piano delle idee. Trova ostacoli, il piccolo. Non pensa al valore della trasgressione – succede anche a molti adulti i quali non s’accorgono d’essere rimasti bambini – e non segue i consigli del babbo. Pinocchio si perde come si perde ogni creatura che deve farsi una coscienza. La scelta di Rocco Papaleo e di Massimo Ceccherini per il Gatto e la Volpe solleva le relative sequenze a livello di universalità: tanto che Pinocchio, da loro due attratto, ingannato e derubato, si ritrova appeso a un ramo, preda di lunga agonia. È di legno, ma gli viene ugualmente da dire: “Padre mio, se tu fossi qui”. Ci penserà la Fata Turchina (Marine Vacth), non è questo il problema. Il problema sarà di uscire dalla condizione di burattino, giacché “i burattini non crescono”. Perfino Mangiafuoco se ne accorge. Gigi Proietti rende da par suo l’umanità del personaggio. Salire sul carro per andare al divertimento sfrenato porterà semplicemente allo sfruttamento, a tirar su l’acqua dal pozzo tutto il giorno per un sorso di latte da portare al babbo malato. E così pure attenzione a non finire nella pancia del pescecane; né sia mai che ci si trovi davanti a un giudice scimmione (Teco Celio), disponibile a qualsiasi inversione di giudizio. Non dobbiamo certo snocciolare le sequenze della fiaba. Il Collodi avrebbe piacere che la rileggessimo con calma. Tra le molte interpretazioni, non è da dimenticare quella di un Pinocchio il quale sin dall’inizio corre verso la propria fine di burattino, per la rinascita finalmente da umano (Emilio Garroni, Pinocchio uno e bino, Laterza 1975). Il che ci porta a riflettere sul testo cinema, vista l’opera di Matteo Garrone. Non ci sembra che l’autore ci vada leggero. Pinocchio è prima di tutto un problema. Realtà e/o fantasia, autonomia e/o dipendenza, rispetto (del codice naturale e morale) e/o trasgressione. Naso lungo se ci accorgiamo di pensare, dire o fare qualcosa invece di un’altra: è Collodi ma è anche Garrone, anche nella scelta delle inquadrature, mai descrittive. Garrone ha affrontato già una volta, in profondità, il tema del rapporto realtà/finzione, in Reality (2012). Lì il problema era il Grande Fratello televisivo e il sogno di realizzare una vita mediatica che avrebbe comportato un salto di gradino da parte di una fascia sociale rispetto alla scala di valori in atto. La partita era tra ingenuità e consapevolezza e, a pensarci, tra un livello di “verità” e un livello di “bugia”. Ora è il Pinocchio di cose “semplici”. L’analisi non può essere tabellare, richiede invece discorso, dialogo, contesto.  Le immagini, con il loro tempo, il loro taglio, si tradurranno in parole e andranno a riferirsi ad un codice altro. Il fatto che la “scrittura” di Garrone sia una scrittura “piana”, senza nevrastenie né andamenti di montaggio allusivo, non vuol dire che l’autore resti superficiale. Non è certo nascosto il tema del Nasolungo, della Bugia, del passaggio dalla copia all’autenticità. Geppeto/Benigni e Benigni/Geppetto già non ci sembra poco.

Franco Pecori

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19 dicembre 2019