La complessità del senso
21 03 2019

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

Van Gogh – At Eternity’s Gate
Regia Julian Schnabel, 2018
Sceneggiatura Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière
Fotografia Benoît Delhomme
Attori Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Niels Arestrup, Stella Schnabel, Patrick Chesnais, Victor Pontecorvo, Frank Molinaro, Alan Aubert.
Premi Venezia 2018: Willem Dafoe at.

Copiare il tormento e restituirlo fresco alla fruizione dell’arte moderna, di una modernità non fastidiosa, emozionante, umanissima e risarcitoria delle sofferenze dell’uomo intriso d’incompresa comprensione, di possibilità visionarie oltre la similitudine, al di quà della profezia. Il film mostra un target da gusto medio, che asseconda l’intento di un fruitore voglioso di assaporare l’eccentrico e lo “strano”, nella consapevolezza (falsa) della sua profonda necessarietà. Siamo invitati alla partecipazione della sofferenza per l’incomprensione e, attraverso il segno pittorico trasferito con arte fotografica (Benoît Delhomme) sul grande schermo, a introdurci nel personaggio, umano, dell’artista atteso dalla brutta fine. L’arte, a volte, aiuta i posteri e quasi mai aiuta se stessa, restando per lo più agganciata – spesso nei modi perfino o-sceni – alla consistenza carnale, alla scia del vissuto, all’ammiccamento morale del proprio autore. Quasi mai se ne ricava, nella fruizione stratificata e tramandata con mezzi progressivamente nuovi, una Visione corrispondente, un suggerimento almeno gestaltico, adatto a un confronto dialettico serio col mondo, con la sua storia. E si resta nel gusto, nella povertà del non detto, presi a braccetto dal personaggio, che nel film è l’attore: molto bravo (Willem Dafoe) a immedesimarsi, a nascondersi nell’originale immaginato e trasognato in funzione di un racconto nuovo, di una figurazione altra. Disegnatore e poi soprattutto pittore, l’olandese Vincent van Gogh (1853-1890) ebbe a che fare con un padre non propriamente permissivo e poté esprimere la propria arte soltanto a ridosso dell’addio, quasi in un sussulto estremo di necessità creativa. La difficoltà di rendere con la cinepresa il senso estetico di una pittura collocata nelle sfumature impressionistiche di un paesaggio “contadino” alla nascita e visionario nella configurazione “interiore”, vanno al di là – così sembra – della prova contingente fornita da Julian Schnabel, pittore egli stesso, autore di film attentissimi alla sensibilità umana in condizioni specifiche (Basquiat 1996, Prima che sia notte 2000, Lo scafandro e la farfalla 2007). La tentazione di restare vicinissimo (superlativo non convenzionale) al personaggio si dimostra irresistibile, la collaborazione dell’attore protagonista sa di richiesta estrema, di invito all’immedesimazione. Il valore del risultato sta nella distanza possibile dall’oggetto arte, misurata con accanita dedizione attraverso “pedinamenti” espressivi, mirabile uso “quasi-inconscio” della ripresa. Il cinema, a differenza della pittura, dispone di una chiave diversa, il tempo dell’inquadratura (montaggio). Si può entrare così nel piano della fotografia “sfondandone” la dimensione espressiva, per presentarci, insieme e con Willem/Vincent, alle soglie di un tempo ipotetico, definibile e ridefinibile sul filo di una necessaria “follia”, di una fine “immatura”, di un segno ben al di qua di una “lezione” di Arte Moderna. Non sono parole a caso, quelle di Van Gogh, verso il finale del film: «Io sono i miei dipinti».

Franco Pecori

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3 gennaio 2019