La complessità del senso
18 12 2017

The End of the Tour

film_theendofthetourThe End of the Tour
Regia James Ponsoldt, 2015
Sceneggiatura Donald Margulies
Fotografia Jakob Ihre
Attori Jesse Eisenberg, Jason Segel, Anna Chlumsky, Mamie Gummer, Mickey Sumner, Joan Cusack, Ron Livingston, Becky Ann Baker.

Ciascuna epoca utilizza per la propria creatività i suoi materiali. Niente di strano se un artista degli anni Novanta attinge ai massmedia e alla droga come riferimenti funzionali alle metafore che intende allestire. Se è uno scrittore, il tutto, sentimenti intimi e modalità interpersonali comprese, confluirà in una sintassi conforme. Mimetismo? ovviamente non basta, ma certo che nel film di James Ponsoldt uno dei concetti centrali che David Foster Wallace esprime parlando di sé e del suo metodo di mettere nero su bianco è di cercare in tutti i modi di somigliare ai lettori, magari senza averne l’aria e comunque senza sembrare di voler essere più intelligente. Lo scrittore americano (1962-2008), autore del best-seller “Infinite Jest”, finì i suoi giorni “scherzosi” appeso a una corda dopo una vita agitata e anche piena di soddisfazioni – il New York Times lo definì un “Émile Zola post-millennio”. Post-millennio, post-moderno, somigliante e tangenziale, testimone disinvolto (Jest), specchio delle brame imprecisabili del suo secolo, asintetico (mille pagine best) e sfuggente a se stesso, così sembra al giornalista della rivista Rolling Stone che si reca a intervistarlo mentre è impegnato nel suo Tour di promozione del libro, durante il quale si produce, secondo la moda dell’epoca (dura ancora), in letture pubbliche (reading) e dispensa copie autografate. Prima che il Tour finisca – e finirà -, i due personaggi (Jesse Eisenberg nella parte dell’inviato David Lipsky e Jason Segel in quella di Wallace), l’uno in funzione dell’altro, mentre “fingono” i loro ruoli, cercano di stanarsi in profondità, mostrando a più riprese di non avere molte speranze nella riuscita del gioco. E’ il tema essenziale del film, fuori dalla Verità (staremmo per dire contro) e dall’illusione di possedere la chiave giusta per leggere la “realtà” del mondo. Diciamo che David e Jason si lasciano osservare mentre realizzano una disperata amicizia in situazione professionale. Il film è utile principalmente ai lettori del volumone, chiamati a una rinnovata coscienza della “debolezza” del pensiero “Post”, sia pure a distanza ormai abissale, essendo trascorsi nientemeno che 20 anni dalla pubblicazione di quel libro e assumendo per lieta l’idea che si possa oggi considerare la tendenza “Avantpop” come una simpatica obiettività. Merito va dato allo sceneggiatore Donald Margulies, Premio Pulitzer 2000 per la Drammaturgia, e bisogna dire che la regia di Ponsoldt (autore tra l’altro di un biopic su Hillary Clinton) si dimostra espressivamente adeguata, soprattutto nel rispetto, nella discrezione con cui la cinepresa assiste ai cinque giorni dell’intervista (audioregistratore alla mano) di David a Jason. E’ da quella delicata assistenza che si rende verosimile la verità del dubbio e l’autenticità “impossibile” dell’amicizia tra i due. Una lezione di cinema-verità senza la Verità, una lezione di trasparenza sulla differenza tra un uomo comune e una star.

Franco Pecori

 

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11 febbraio 2016