La complessità del senso
19 07 2018

L’amore secondo Isabelle

Un beau soleil intérieur
Regia Claire Denis, 2017
Sceneggiatura Claire Denis, Christine Angot
Fotografia Agnès Godard
Attori Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Sandrine Dumas.

La traduzione italiana del titolo porta fuori strada e riduce di molto il senso di una commedia alquanto ambiziosa. Bisogna arrivare all’ultima sequenza per avere una chiave interpretativa esplicita, ironica. L’ironia è affidata all’arte di un attore come Gérard Depardieu. Non possiamo anticipare, giacché il fattore sorpresa ha valore importante. Diciamo che l’apparizione del personaggio chiude il discorso che si è protratto per tutto il film, riaprendolo e rendendolo ciclico o, se volete, “eterno”. Isabelle, la protagonista (una Juliette Binoche spiccatamente riflessiva), si mette – per così dire – in gioco mentre gioca, da attrice filosofa e da filosofa attrice, invitandoci passo passo a riconsiderare su un piano di metalinguaggio, le incidenze contingenziali in tema di approccio erotico/sentimentale. Bisogna tener conto che Isabelle è un’artista, frequenta gallerie d’arte, uomini ricchi, intellettuali più o meno targati. La parola è insoddisfazione, ma non nel senso sempliciotto secondo cui viene usualmente intesa. Si tratta piuttosto dell’insoddisfazione di una donna, divorziata e madre di un bambino, la quale riconsidera come insoddisfacente la soddisfazione che di volta in volta prova nell’amore, introducendo un rapporto con un uomo e poi con un altro e sentendolo presto sfuggire; il suo è un piacere che si propone a lei come sistematicamente fuggevole, inafferrabile quanto più vicino e tattilmente definibile. Il susseguirsi delle soddisfazioni critiche e delle insoddisfazioni “benefiche” rischia di serrare il racconto in uno schema del tipo “mostra”, o rassegna, o peggio: casistica. E a tratti lo script denuncia una legnosità cartacea (non vogliamo dire letteraria) che la bravura dell’attrice controlla al limite della possibilità, lasciando allo spettatore parte del compito, di colmare con una lettura partecipe le indicazioni di senso. Vero pure che in più di un tratto si riesce, con soddisfazione (ci si passi il metodo partecipato), a cogliere l’evidenza di una fenomenologia proposta come “rappresentabile” in quanto segno di “interruzione”: il linguaggio (compreso il comportamento) non fa che interrompere le sensazioni e la storia, anche la storia dettagliata, di ciascuno e di ciascun approccio e di ciascun amore. Il banchiere, l’attore di teatro e via via fino al tassista, infelice anch’egli… Tra un ciak e l’altro aleggia il fantasma di Roland Barthes (Frammenti di un discorso amoroso), ma non si ferma sul set. Il concetto di frammento esigerebbe una complessità che la sceneggiatura evita, o così sembra. [Film della Critica designato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI]

Franco Pecori

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19 aprile 2018