La complessità del senso
20 10 2017

Pelé

film_pelePelé: Birth od a Legend
Regia Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist, 2016
Sceneggiatura Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist
Fotografia Matthew Libatique
Attori Leonardo Lima Carvalho, Kevin de Paula, Diego Boneta, Rodrigo Santoro, Vincent D’Onofrio, Colm Meaney,  Seu Jorge, Felipe Simas, Charles Myara, Jerome Franz, Rafael Henriques, Milton Gonçalves, Thelmo Fernandes, Julio Levy, Mariana Nunes.

Siamo figli di fiabe. Una delle fiabe è il gioco del calcio e questa ne contiene alcune altre. La fiaba di Edson Arantes do Nascimento, Dico per i genitori e Pelé per gli appassionati di calcio di tutto il mondo – ma prima ancora per i ragazzi cattivi che lo sprannominarono così in modo dispregiativo in quanto piccolo ragazzino povero -, è una storia abbastanza nota. A vederla dal punto di vista del Calcio, è la favola di un piccolo fenomeno, cresciuto tra le baracche di una città brasiliana del Minas Gerais, Três Corações. Edson è un bambino che a 9 anni promette al padre di far vincere un giorno alla nazionale la coppa del mondo. La delusione per la sconfitta subìta dai verde-oro nel girone finale del 1950 ad opera dell’Uruguay bruciò tanto da far proclamare il lutto nazionale. Lo stadio Maracanã di Rio de Janeiro aveva ospitato duecentomila spettatori. Non andò molto meglio nel ’54 in Svizzera. Il Brasile di Djalma Santos, Julinho e Didi fu sconfitto dall’ungheria di Puskas, Kocsis e Hidegkuti. I responsabili della nazionale decisero che la “fantasia” dei brasiliani non avrebbe più potuto competere con l’organizzazione tattica del calcio europeo. La trasformazione del gioco fu affidata al nuovo allenatore, Feola. Nel frattempo, un osservatore di nuovi talenti pescò quel certo ragazzino che si stava mettendo in luce in squadre giovanili e lo porto al Santos. In un giardino vicino alla casa di Edson, due alberi di mango davano frutti che sembravano fatti per essere presi… a calci! Insieme al papà, Dico aveva imparato a trattare quei frutti con delicatezza e precisione, con i piedi, saltando in alto, arrivando con le gambe in cielo. E il buon genitore aveva spiegato a Dico come quel modo di fare “numeri” di agilità derivasse dall’antica arte marziale della Capoeira, risalente al XVI secolo, frutto della fusione di tradizioni dei discendenti schiavi africani con la musica e le movenze indigene del Brasile. Di quell’arte il bambino non stava facendo che il passo base, la “Ginga”. Per Pelè era anche il divertente esercizio praticato con i compagni di strada, nel passarsi al volo la palla o qualsiasi altro oggetto, con i piedi o con la testa o con qualsiasi parte del corpo tranne che con le mani. Ora il ragazzo, diciassettenne, era atteso dalla gloria. Nel 1958, inserito nella nazionale di Zito, Didi, Vava e Garrincha, avrebbe contribuito in modo decisivo alla vittoria per 5-2 sulla Svezia di Skoglund, Liedholm e Gren. Indimenticabile il suo gol del momentaneo 3-1.  E non fu soltanto la vittoria del torneo, fu anche – ecco la fiaba altra – la vittoria del coraggio e della convinzione dei giovani campioni brasiliani, i quali, trascinati dalla “incosciente consapevolezza” di Pelé, decisero di affidarsi all’estro nativo della Ginga e sconfissero la superiorità d’urto e l’organizzazione del gioco europeo. Era in ballo – e il film lo sottolinea – anche un certo razzismo d’ambiente. Nello stadio di Stoccolma, il pubblico rimase sbalordito nel vedere la “superiorità” svedese arrendersi al calcio “danzato” e pittoresco. Tra i compagni di squadra di Pelé c’era anche un certo Altafini, inizialmente convinto della superiorità degli europei, tanto da farsi chiamare col nome dell’italiano Mazzola. Anche per questo l’affermazione fantastica del piccolo Edson Arantes do Nascimento segnò un punto fermo nella storia del Brasile. La regia di Jeff Zimbalist e Michael Zimbalist ha saputo coniugare con ammirevole discrezione il racconto prospettico di una storia eccezionale, accogliendone anche la dimensione esplicitamente fiabesca, con le componenti antropologiche e filosofiche derivanti dal versante evolutivo del mito. E’ superato bene il rischio di un film sul calcio e il montaggio di materiali anche d’archivio non sconfina nel “documentario”.

Franco Pecori

 

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26 maggio 2016