La complessità del senso
19 11 2017

Non c’è campo

Non c’è campo
Regia Federico Moccia, 2017
Sceneggiatura Chiara Bertini, Francesca Cucci, Federico Moccia
Fotografia Daniele Poli
Attori Vanessa Incontrada, Gian Marco Tognazzi, Corrado Fortuna, Claudia Potenza, Neva Leoni, Beatrice Arnera, Mirko Trovato, Eleonora Gaggero, Caterina Biasiol, Leonardo Pazzagli, Federico Cesari, Marzia Ubaldi, Serena Iansiti, Michele De Virgilio.

Dai lucchetti (Scusa ma ti chiamo amore 2008) ai telefoni cellulari il passo non può essere tanto breve come si potrebbe credere seguendo Federico Moccia. Senza più chiedere scusa (Scusa ma ti voglio sposare 2009), il regista si tuffa nell’ultimo lago, ormai quasi stagnante. La professoressa Laura Basile (Vanessa Incontrada) organizza una gita culturale con la sua classe di liceali. Accompagnata da una collega (Claudia Potenza), Laura lascia a casa il marito (Gian Marco Tognazzi) e la figlia. Si parte in pullman per passare una settimana con un artista internazionale ((Corrado Fortuna), a Scorrano, un paesino della Puglia. Ovvio che ciascuno dei ragazzi ha con sé il proprio cellulare e cioè il proprio mondo di amicizie e amori più o meno segreti. Ma colpo di scena: a Scorrano non c’è campo! I giovani dovranno fare una “pausa” di qualche giorno. “Non lo so se la gestisco ‘sta pausa”, esclama una delle ragazze. La crisi sembra totale finché non si scopre un punto dove il campo c’è e la vita del gruppo si trasferisce sulla terrazza del palazzo più alto del paese. La sceneggiatura prevedere le solite articolazioni, prevedibilissime e strariviste che fotografano impressionisticamente problemi e caratteri dei “giovani d’oggi”. Bravi e simpatici gli interpreti, ma l’impressione è che l’argomento dell’uso eccessivo delle nuove tecnologie nella comunicazione interpersonale e social, soprattutto da parte dei giovani, sia ormai consunto e improduttivo sul piano critico. Difficile pensare che si possa tornare indietro, tanto varrebbe andare oltre il “pensierino” del tipo: “Signora mia, dove andremo a finire”. Già, perché è un dato: per i ragazzi, a casa, a scuola, in gita e ovunque, il cellulare è un oggetto di cui non si può fare a meno in alcun momento della giornata. Sarebbe più utile cercare una chiave interpretativa del fenomeno, un’indagine che non viaggi sui binari morti di una “rassegnazione” del tutto improduttiva, di una passività oggettuale che non può andare oltre la pura chiacchiera. Del resto, è sottostante all’inutile chiacchiera il problema – questo sì da affrontare, almeno nelle sedi appropriate e quindi rapportabile poi a tutti i livelli – dell’equivalenza teoretica tra realtà in quanto linguaggio e linguaggio in quanto realtà. Parlando come si mangia: non è detto che la comunicazione faccia-a-faccia sia più “vera” di quella veicolata elettronicamente, ciascuna delle due ha diritto di vivere secondo una propria verità/realtà. E’ vero che Gualtiero Martelli, l’artista ospite, prescrive ai ragazzi un “percorso basato sull’imperfezione”, ma il risultato nel film è di un complessivo “andazzo” di maniera, per un accettabile compromesso “umanistico” che accomuna in un’aggraziata cifra “gestuale” il destino prevedibile di tutta la compagnia. Inutili, seppur dignitosamente affrontati dagli attori (Gian Marco Tognazzi e Vanessa Incontrada), gli intoppi di vita famigliare e le ruvidità passeggere degli affetti giovanili tra “ragazzi che crescono”. Inutili se il tema è niente di meno che il pericolo del cellulare.

Franco Pecori

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1 novembre 2017