La complessità del senso
15 11 2018

Figlia mia

Figlia mia
Regia Laura Bispuri, 2018
Sceneggiatura Francesca Manieri, Laura Bispuri
Fotografia Vladan Radovic
Attori Valeria Golino, Alba Rohrwacher, Sara Casu, Udo Kier, Michele Carboni.

Spasmodica ricerca d’identità sociale e, prima ancora, di armonia carne/cuore/idea. Tre personaggi femminili protagonisti, una non-soluzione “poetica”. Vittoria, dieci anni, ha in sé una forza d’animo e un’intelligenza fuori dal comune e Sara Casu recita la parte in maniera naturale e convinta, come predestinata. La parte è di una figlia che scopre di avere due madri, una biologica e l’altra “culturale”, doppio in situazione, ma legittimamente aspirante a verità. Ossia, Angelica (Alba Rohrwacher), l’ha partorita, ma l’evento – a suo tempo – ha potuto avere una reale consistenza grazie all’aiuto determinante di Tina (Valeria Golino). Più consapevole ed equilibrata quest’ultima è una donna “a posto”, ben messa e quasi sapiente. Nei confronti di Angelica pare quasi una tutor – anche i soldi hanno fatto la loro parte. E invece, nella sostanza umana, viene fuori man mano in Angelica una qualità più corposa, un sentimento sprigionato “liberamente”, come un esempio di autenticità spontanea vicina alla natura e nello stesso tempo radicata in profondi principi femminili, di “madreterra”. Sì, anche se l’ambiente è di pescatori, siamo in una Sardegna dettagliata e non precisata, dialettale appena appena, vagamente simbolica più che altro. Le due donne si giocano fino in fondo – ma dov’è il fondo? – le proprie possibilità di vittoria, appropriandosi, col permesso della sceneggiatura, di una sequenza alla volta, quasi una partita a tennis, se non fosse che manca il campo (vade retro Sardegna turistica, qui si agisce di autenticità). Nella gara a vincere in prestazione, la Rohrwacher la spunta dando tutta se stessa, a tratti “esagerando”, in una simpatia totale-ambientale e mai veramente raggiunta, comunque ben recitata. Sfiora il paradosso, confermando la tendenza già praticata nel primo film di Laura Bispuri (Vergine giurata 2015). Nel finale la regia si lascia prendere da un’ansia estetica che la porta a un simbolismo basico, schematico, ideologico, francamente nocivo al tema di riferimento, dell’idea “nuova” di maternità, in un mondo che cambia e cerca un necessario “al di là” delle convenzioni. Insoddisfatta della propria nascita, e in conflitto mal dissimulato con se stessa, donna futura, Vittoria risolve simulando in retromarcia, rientra nel buco della terra/femmina dentro cui forse c’è un tesoro, respira profondo come le ha insegnato più volte Angelica e ne riesce piena di nuova, più giusta energia. Guardiamo lontano, sì. E a questo punto, il pronome del titolo ci sembra antico, possessivo. [In concorso alla Berlinale 2018]

Franco Pecori

Print Friendly

22 febbraio 2018