La complessità del senso
19 10 2017

Civiltà perduta

The Lost City of Z
Regia James Gray, 2016
Sceneggiatura James Gray
Fotografia Darius Khondji
Attori Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller, Tom Holland, Angus Macfadyen, Edward Ashley, Clive Francis, Ian McDiarmid, Franco Nero, Pedro Coello, Matthew Sunderland, Johann Myers, Aleksandar Jovanovic, Elena Solovej, Murray Melvin Harry Melling.

1905-1925, i confini tra Bolivia e Brasile, sono resi incerti dalla fitta foresta amazzonica. Il britannico Percy Fawcett (Charlie Hunnam – King Arthur, Il potere della spada), insoddisfatto per il mancato riconoscimento del proprio valore militare, accetta l’incarico di guidare un’esplorazione per definire la mappatura del territorio in gran parte ancora incontaminato. In realtà, Fawcett coltiva dentro di sé l’ambizione di rintracciare finalmente i resti della “Città di Z”, civiltà perduta nella storia e nel tempo. L’esploratore parte per un’avventura che non avrà fine, la sua storia “vera” si perderà nei misteri di un mondo sconosciuto che non rivelerà mai il suo mistero. La storia e il tempo, la cultura e il tempo, il cinema e il tempo. Diverse le cadenze, le scansioni ad ogni pausa di riflessione e ad ogni “scrittura”. Prospettive evolutive, stili diversi, sovrapposizioni e confusioni difficili da evitare, come dimostra il susseguirsi dei “testi” che ci trasmettono l’immagine e il senso umano del mondo, da Altamira a Pokémon Go. Ultimamente, ma è già passato, si è detto “realtà aumentata geolocalizzata con GPS”, ma l’elemento incisivo non era tanto il “gioco” (l’ingenuità dell’acchiappafarfalle?) quanto la preferenzialità estetica in esso espressa: nel gioco il mondo si “configurava” secondo un certo stile (non potevamo dire che ne avessimo un’immagine “gotica”, né “dark”, né “gialla”, né “rosa”, ecc.) ed era in quello che ci piaceva identificarci, nella sua “leggerezza” e liquidità motivazionale. Ma è passato? ne siamo sicuri? Ora, l’assillo di Fawcett, di rintracciare in Amazzonia le vestigia primitive di Z, poteva essere formalizzato da James Gray in sequenze dalla dinamica energetica equivalente a quella di un ultimo Ben-Hur, con le bighe romane lanciate a velovità ferraresca per le vie di Monaco. Oppure, il regista di Two Lovers (2008) e di C’era una volta a New York (2013), per non deludere le attese della folla di assatanati/massa in attesa di una proiezione dove importante è la fila (oh la Festa, oh il Festival), poteva pensare a un Henry Costin (Robert Pattinson) aiutante magari in palandrana lunga e nera arrampicato in orizzontale su per i tronchi della jungla boliviana; e però con stacchi brevi e inseguimenti ansiogeni che a paragone la diligenza/indiani di John Ford avrebbe mostrato tutti i limiti del vecchio bianco&nero. Ma Gray ha preferito, come suo costume, rischiare le delusioni prescrittive degli assatanati e andare incontro ancora una volta all’immaginario non-documentario del suo cinema/tempo, invitandoci nel mondo “assente” di una volontà civile piena di ostacoli in-civili, un mondo che possiamo immaginare più che ri-costruire e, se mai, con maggiore approssimazione tentare di confrontare con le violente prescrizioni attuali, che nemmeno dimentichiamo giacché tendiamo a non averne percezione. Tanto per dire che la cadenza non-ansiogena e il taglio non-ellitticco di Civiltà perduta espone senza complessi la libertà di un cinema non nevrotico, di un immaginario che rifiuta il contrabbando della “realtà”. Il sogno della civiltà perduta non è importante che sia “giusto”, meritato recupero di una tensione rispettosa della Paternità antropologica e ormai logica. Il sogno ha comunque da essere narrato e ha il diritto di non soggiacere all’argomentazione. Mai, durante il film, ci viene voglia di star dietro alle motivazioni “culturali” della ricerca di Fawcett e nemmeno c’importa granché delle sue frustrazioni di merito – bravo, ad apertura di film, a cacciare il cervo, ma è l'”apparizione” in tempo reale di un vagheggiamento storico che la Storia non ha saputo restituire, né al cacciatore né a noi. E’ importante, invece, che quei frammenti di terracotta, reperti evoluti nel verde selvaggio, ci rimangano impressi, figure di una possibilità presente in un tempo ideale. Ecco, il montaggio non è brutale, non è “asciutto”, non punta diritto al traguardo e neanche si adopera per un qualche rimescolamento pseudometaforico dei tratti. Quando ascoltiamo frasi come “La morte è il miglior condimento della vita” non ci mettiamo a ridere, siamo nel mito e l’Antropologia ci aiuta, il ritmo del tempo non ci blocca la fantasia. E la fantasia, libera da stress, può ricongiungersi all’imput primario della Giustificazione “ab ovo”. Le Origini, la nostra ragione nel tempo. Il cinema, neanche più pellicola che scorre col suo tempo, non sente il bisogno di rincorrere una qualche Immortalità dal volto arbitrario (DiCaprio/Revenant), inessenziale sarebbe un qualche apporto postmitografico (Iñárritu). Gray, romantico è tutto dire, si affida alla passione di Nina (Sienna Miller), una moglie che s’immerge nel mistero della fiducia e della speranza, coltivando l’amore, contraltare dell’Avventura, per il suo uomo e per i suoi figli, fuori dalla logica dello scorrimento affrettato, del taglio nervoso. Nella jungla si può tornare, come fece Dante Alighieri, negandoci affrettate “novità” e invitandoci alla coscienza. Il tempo, la cultura. Nel film di Gray entrano anche sequenze della Grande Guerra, non per il filo del calendario, ma giustamente riflessive riguardo a un grado della sofferenza “mondiale”, per una comunione analogica proprio col tema della Città Perduta. Sempre da ritrovare. [Dal libro di David Grann, ispirato alla storia del leggendario esploratore britannico Percy Fawcett]

Franco Pecori 

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22 giugno 2017