La complessità del senso
22 08 2017

Wilde Salomé

film_wildesalomeWilde Salomé
Regia Al Pacino, 2011
Sceneggiatura Al Pacino
Fotografia Benoît Delhomme, Robert Leacock, Denis Maloney, Jeremy Weiss
Attori Al Pacino, Jessica Chastain, Kevin Anderson, Estelle Parson, Roxane Hart, Joe Roseto, Barry Navidi, Merlin Holland, Bono, Gore Vidal, Tom Stoppard, Tony Kushner.

Dal Fuori Concorso della Mostra di Venezia 2011. Più che mai ospite di se stesso, Al Pacino si dedica all’incestuoso rapporto teatro/cinema e si reca in visita al genio di Oscar Wilde per essere introdotto nella stanza dello scandalo. L’autore ci tiene a coinvolgerci direttamente nell’elaborazione/digestione non facile e compromettente e pensa di dover usare la forma del “documento”, mostrando  – per così dire – in forma artistica l’arte mentre si fà. La cosa non è certo nuova, quello della “vita del/sul set” può essere addirittura considerato un genere compiuto in sé, da quando il cinema moderno ha cominciato a riflettere su se stesso, ma il dramma di Erode e di Salomé, traguardato attraverso il rischio abissale del paradosso wildeano – considerato il valore “negativo” dell’opera in epoca originaria (la Londra vittoriana) -, si presta in senso strutturalmente specifico a una ritessitura ennesima, tale da ripresentarsi come “disturbo” della nostra epoca, da curare e da godere per via estetica. Il potere della giovane sfrontata e consapevole della propria carica emotiva/erotica verso il patrigno, cioè verso il vicino-a-sé, verso il contiguo e per via analogica similare, il quale si offre vittima per avere, è talmente eccessivo da trasformare l’offerta facilmente in ricatto e viceversa. Si tratta di individuare il limite tra corpo e anima, l’uno si percepisce, l’altra – il senso, il fine – si può conoscere. Il profeta Giovanni Battista, la sua testa chiesta da Salomé in cambio della danza per Erode, è il segno del paradosso e insieme è l’oggetto materiale impressionante nel suo valore simbolico. Al Pacino, autore/attore, resta immerso nel teatro e usa il teatro per arrivare al cinema e usa il cinema per ridare vita al teatro, chiamandoci a presenziare a quest’altro livello della fusione. Sulla sua faccia c’è tutto il “disturbo” e il godimento di una cinque giorni di riprese documentali e creative che lasciano emergere il parto “peccaminoso” e salutare delle arti parentali. Cerchiamo insieme a Pacino l’indirizzo di Wilde, rievochiamo spunti risarcitori della biografia del grande scrittore dublinese, ma soprattutto siamo invitati allo scandalo che ancora una volta si rappresenta. La vita della minitroupe, le ricerche, le soluzioni sceniche (lettura o recitazione, scenografia e semplificazione), il calcolo dei tempi, il miracolo dell’esecuzione/vita. Tutto bene. Scontata anche la bravura del Pacino attore, il quale – perdoniamolo – pensa più a se stesso che a Salomé. Fredda, invece, o indebitamente purificata, la giovane figliastra, chiamata a sublimarsi in attrazione irresistibile con un corpo che, in sostanza, rimane pop, niente più che un rossetto e un tremolio di seni e di fianchi. Chi si ricorda di Carmelo Bene/Erode e di Veruschka von Lehndorff, Salomè santa/puttana?

Franco Pecori

 

 

 

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12 maggio 2016