La complessità del senso
28 06 2017

Il club

film_ilclubEl club
Regia Pablo Larrain, 2015
Sceneggiatura Guillermo Calderón, Daniel Villalobos, Pablo Larraín
Fotografia Sergio Armstrong
Attori Alfredo Castro, Roberto Farías, Antonia Zegers, Jaime Vadell, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking, Marcelo Alonso, José Soza, Francisco Reyes.
Premi Berlino 2015: Orso d’Argento.

Il valore di denuncia è perfino secondario. Facile, o difficile affidarsi ai parametri morali. Se non si è specialisti della materia si rischia di mettere insieme un mucchietto di frasi fatte, le quali tuttavia non sarebbero che prodotti storici, come storica è la teologia finale di Monica (Antonia Zegers), la suora, l’unica donna nella casa ritiro di preti penitenti in cui si svolge il film. Monica conosce o immagina le loro colpe, ella stessa non essendo innocente. Alla fine dice: “Dio sa. Noi siamo bambini, per questo non capiamo, ma lui è il padre”. Ciascuno è protagonista maledetto in un inferno opprimente, in cui ribollono confessioni a catena, dopo l’evento drammatico che sconvolge la finta pace della piccola comunità reietta. Siamo in Cile. I religiosi in punizione si sono costruiti un andamento perfino profittevole con le scommesse sulle corse dei levrieri, la loro “pace” è solo turbata di tanto in tanto da un diavolo, chiamato Sandokan (Roberto Farías), il quale va sbraitando attorno alla casa verità inconfessabili. Poi arriva Padre García (Marcelo Alonso), gesuita e psicologo, “uno di quei preti nuovi”, con il mandato di chiudere le case di preghiera e penitenza in tutto il paese. “Voglio una Chiesa nuova”, dice. Ma nessuno si salverà. Pablo Larrain (Fuga 2006, Tony Manero 2008, Post Mortem 2010, No. I giorni dell’arcobaleno 2012) è regista impegnato a produrre trasparenza di verità nascoste nella storia del Cile e lo fa qui, con un film drammatico che di scena in scena promette (e mantiene vivo) l’orrore evitando – per così dire – le immagini dirette e affidandosi alle parole dei protagonisti, al loro racconto dei misfatti patiti e fatti patire durante la vita di “religiosi”. Magistrale Alfredo Castro nella parte di Padre Vidal, l’ambiguità fatta persona. Il sesso malato produce aria irrespirabile in un background stretto, chiuso, la cattiva coscienza dei personaggi emerge e diviene aggressiva, suscitando nello spettatore un disgusto profondo e un’istanza risarcitoria, assecondata dalla discrezione estetica dell’autore. Il film non de-genera e mantiene un andamento espressivamente contenuto che si traduce in un forte rinvio metaforico, non soltanto referenziale. Il versante dell'”inchiesta” resta fuori dal risultato, l’ambito emotivo è dell’incubo, la ragione stenta a prevalere nel pozzo profondo di emozioni plumbee. Si è pensato a Buñuel, ma qui nemmeno un Ángel exterminador. [Designato  Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI].

Franco Pecori

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25 febbraio 2016