La complessità del senso
18 12 2017

Venuto al mondo

Venuto al mondo
Sergio Castellitto, 2011
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Penélope Cruz, Emile Hirsch, Adnan Haskovic, Pietro Castellitto, Saadet Isil Aksoy, Luca De Filippo, Sergio Castellitto, Jane Birkin, Mira Furlan, Jovan Divijak.

«Quando diventi madre cambia tutto nella tua vita, cambia come vedi il mondo, anche come vedi un albero, la luna, le stelle»: parole di Penélope Cruz, l’attrice spagnola che nel film è Gemma, ragazza italiana (occhio intenso e voce non doppiata) appassionata protagonista del film tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini. Gemma, innamorata pazza di Diego (Emile Hirsch, Milk, Killer Joe, Le belve), fotografo americano un po’ scapestrato, si scopre sterile e insieme al suo amore pensa di risolvere il problema con Aska (Saadet Aksoy), “cicogna” a pagamento. Dopo 19 anni Gemma ritrova Aska sposata con Gojko (Adnan Haskovic), il poeta bosniaco che a Sarajevo le aveva fatto conoscere Diego e col quale aveva mantenuto una profonda amicizia anche a distanza. Nel frattempo Gemma ha sposato Giuliano (Sergio Castellitto), l’ufficiale dei carabinieri che nel 1992 la tirò fuori dai pericoli della guerra mentre, con in braccio il neonato Pietro (Pietro Castellitto), cercava di fuggire dalla città semidistrutta. Ecco, le “parole sante” dell’attrice sull’importanza di divenire madre andrebbero banalmente bene sia alla Bovisa che a Forcella o ai Parioli, ma invece si riferiscono alle circostanze di cui sopra. E perché Sarajevo? Semplice: per il romanzo della Mazzantini, che combina l’intreccio dell’amore e della maternità nel contesto – rivisitato, storico – del drammatico e sanguinoso assedio. E lo spettatore capirà bene che l’operazione “cicogna” non sarà stata una passeggiata, non solo per l’annessa problematica psicologica e morale ma perché Sarajevo era frequentata – diciamo – da soldati Serbi non proprio galantuomini, meno che mai verso Aska, giovane e molto bella. Vedrete scene violente e drammatiche, dolorose, il risultato delle quali sarà quel Pietro, bravo ragazzino, che per una distrazione del padre regista non s’accorge di rifare tali e quali i versi tipici di Sergio. Una regìa abbondantemente generosa carica il film di chiavi di lettura alquanto diverse e di risvolti narrativi scanditi da un uso continuo di inserti della memoria che appesantiscono il racconto, non essendo qui pertinente la dimensione letteraria. La problematica (c’è perfino una Jane Birkin psicologa) della sterilità femminile, per esempio, finisce col disturbare il romanticismo dell’ “amore irresistibile”, mentre la scena teatrale del gesto estremo di Diego (sì, perché Diego è un personaggio che vive al passato) va a ri-generare in una tangente emozionale impropria il portato pacifico prescritto invece dal finale accomodante. Non mancano momenti di giusta concentrazione, ma fa capolino spesso una sorta di ubriacatura espressiva che rischia di far scivolare nella facile ridondanza proprio le scene destinate al maggiore impatto.

Franco Pecori

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8 novembre 2012