La complessità del senso
21 08 2018

Dogman

Dogman
Regia Matteo Garrone, 2018
Sceneggiatura Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Fotografia Nicolaj Bruel
Attori Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Baldari Calabria, Gianluca Gobbi.

“Le Maldive non sono così lontane…”. Alida (Alida Baldari Calabria), la figliola di Marcello (Marcello Fonte) ha la passione per il mare, suo padre le promette di farle fare il bel viaggio che la piccola sogna. Vive solo, Marcello. È un uomo mingherlino, un povero cristo che la sfanga curando i cani nel suo negozio in periferia, nella Roma che giusto 30 anni fa subì l’incubo del fattaccio passato alla storia della cronaca come il delitto del “canaro della Magliana”. Ora il canaro è Marcello, umile e sottomesso, sopporta la sudditanza quotidiana verso Simone, colosso brutale, furbo e scemo, uno di quegli esemplari animaleschi che vivono per la soddisfazione di dire “Qui comando io”. Sala videogiochi, bottega “compro oro”, cocaina circolando e via dicendo. L’atmosfera è tetra, i colori pastello, cupi e pesanti come il cielo nemico, dipingono una vita sul terriccio e le pozzanghere di un luogo-limite, disegnato per il contrasto di un racconto non più “verosimile”, come fu la cronaca dei quotidiani d’allora, bensì trasognato e terribile, per un orrore che impedisce di campare. Che cosa divide le Maldive dall’inferno minore di Marcello? Quale soluzione ci separa dall’inconsapevole disperazione dei suoi cani, qual’è il motivo per cui a un tratto, sul finire, il volto sofferente e stremato di Dogman ci ricorda la Passione? Giustamente Matteo Garrone ha avvertito di non leggere il film come un ritorno al fattaccio del 1988. Traspare, con tratto poetico di truce dolore, l’intenzionalità creativa di un cinema che trasfigura i fatti in immagine tragica, un’immagine tale da non piegarsi al dibattito sui “fatti” terribili che “possono accadere” perfino oggi. L’arte di Garrone, più che al tolettatore per cani Pietro De Negri e all’ex pugile sopraffattore Giancarlo Ricci, torna a riprendere il mito de L’imbalsamatore (2002), per invitarci a misurare la distanza metaforica – spazio dell’agire alternativo – dell’inferno perdurante con la possibilità di un mondo a confronto, con le ragioni che i colori del film dipingono ma non nascondo. “Sono qui, guardate cosa ho fatto”, grida Marcello/Fonte (interpretazione degna del miglior premio) agli amici che tuttora lo cacciano. E anche noi lo guardiamo, il povero cristo nell’incubo della Roma universale. [Cannes 2018, concorso]

Franco Pecori

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17 maggio 2018