La complessità del senso
25 04 2019

Il professore e il pazzo

The Professor and the Madman
Regia P. B. Shemran, 2019
Sceneggiatura P.B. Shemran, John Boorman, Todd Komarnicki, Simon Winchester
Fotografia Kasper Tuxen
Attori Mel Gibson, Sean Penn, Eddie Marsan, Natalie Dormer, Jennifer Ehle, Steve Coogan, Stephen Dillane, Ioan Gruffudd, Jeremy Irvine, Laurence Fox, Anthony Andrews, Lars Brygmann, Bryan Murray, David O’Hara, Sean Duggan, Olivia Mckevitt, Emily Daly.

Tratto dal libro di Simon Winchester, “L’assassino più colto del mondo”, 1998, il film dell’iraniano P. B. Shemran – subentrato a Mel Gibson, il quale inizialmente doveva essere regista e attore – racconta la storia della creazione dell’Oxford English Dictionary, progettato nel 1857 e realizzato a partire dal 1879, sotto la direzione del filologo scozzese James Murray. La monumentale opera in dieci volumi, finì di essere pubblicata nel 1928. Per la raccolta delle parole Murray si rivolse a tutti i possibili volontari nel mondo, particolarmente utile fu la collaborazione dell’americano William Chester, il cui contributo avvenne per una via così strana che ha meritato di essere raccontata. Ma trattandosi di parole e di una loro sistemazione organica, il discorso sul film va introdotto anche secondo una prospettiva specifica. Le parole nascono e muoiono attraverso l’evoluzione del loro significato, evoluzione che dipende dall’uso, cioè dalla storia. La distanza realtà/linguaggio si misura con l’esperienza. Il sogno di racchiudere in un repertorio unico la lingua (e la storia) di un popolo attraverso la raccolta delle sue parole è antecedente all’avvento – primi decenni del secolo scorso – della linguistica generale (Saussure, rapporto imprescindibile tra parola e lingua) e della semiotica (Peirce, rapporto “infinito” tra segno e oggetto). Prima di allora, lo spazio della cultura trovò la sua definizione nell’accumulo dei significati, nella pratica inconscia – per così dire – di scelta e combinazione (verticale-orizzontale). Lo scarto emotivo, in base al quale può funzionare la storia del professore e del pazzo è proprio nella preparazione del professore, non sistematica: James Murray dichiara egli stesso di essere autodidatta, non laureato. Siamo nella Londra vittoriana. Quando il protagonista (Mel Gibson), si presenta ai responsabili della Oxford University Press per candidarsi alla realizzazione dell’Oxford English Dictionary, fa sensazione la sfacciataggine con la quale l’uomo pretende di essere la persona giusta per quell’incarico. Lasciando anche stare lo strascico illuministico dell’ambizione enciclopedica, l’impresa appare al di sopra delle possibilità per una persona che vive al di fuori delle attrezzature culturali riconosciute. A tale portato spiccatamente “romantico” si aggiunge presto l’irruzione dell’altro personaggio, o per dir meglio del personaggio altro. Lo abbiamo conosciuto ad apertura di film, in una sequenza violenta in cui uccide per errore un padre di famiglia, lasciando la moglie a curare da vedova ben sei figli. Il professor William Chester (Sean Penn) – questo il nome dello sparatore – è americano e soffre di una grave paranoia persecutoria. Viene rinchiuso nel manicomio criminale di Broadmoor, lo attende una sorte poco scientifica. Uomo di cultura, chirurgo e appassionato d’arte, Chester firmerà con la sigla Minor la lunga serie di contributi per il grande dizionario. Definire le parole inglesi, tutte! Il film non si addentra nella problematica filosofica. Fa piuttosto irruzione un sottotesto emozionale, sentimentale, che sposta il racconto su un piano più “accessibile” o comunque maggiormente frequentato e frequentabile. Dal problema parola-significato-senso, in una datazione storica decisamente ancora romantica, e cioè dal tema “Le parole e la vita”, si passa all’influsso passionale della “pazzia” nel progetto enciclopedico, cioè all’apporto “umano” in un tracciato culturale che diviene “episodico” per quanto “universale”: la vedova Eliza (Natalie Dormer), addolorata, irata e sconvolta per il destino occorsole, finirà col manifestare un amore “pazzo” per William Chester, soprattutto quando lo vede (e lo vediamo anche noi) vittima del trattamento manicomiale; e da parte sua, William entrerà nella disperazione per aver “rubato la moglie a un morto”. Sean Penn ci mette del suo per caricare la svolta di un peso attrattivo, diciamo, antiaccademico. E così, siamo coinvolti in un vortice quasi-esistenziale, sintetizzabile nel poco risolvibile dilemma: “parlare o mentire”. La storia vera di James Murray invita anche a considerare la paziente comprensione della signora Ada Murray (Jennifer Ehle), madre di famiglia pure lei.

Franco Pecori

 

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21 marzo 2019