La complessità del senso
16 11 2018

Super Vacanze di Natale

Super Vacanze di Natale
Regia Paolo Ruffini, 2017
Attori Christian De Sica, Massimo Boldi, Nadia Rinaldi, Maurizio Mattioli, Angelo Bernabucci, Stefania Sandrelli, Guido Nicheli, Paolo Rossi, Ezio Greggio, Jerry Calà, Enzo Salvi, Monica Scattini, Mario Brega, Claudio Amendola, Anna Foglietta, Pasquale Petrolo (Lillo ), Claudio Gregori (Greg ), Diego Abatantuono, Massimo Ghini, Nino Frassica, Maurizio Ferrini, Antonello Fassari, Michelle Hunziker, Fabio De Luigi, Tosca D’Aquino, Alberto Sordi, Biagio Izzo, Paolo Ruffini, Alessandro Siani, Anna Falchi, Nancy Brilli, Alena Seredova, Cristiana Capotondi, Vanessa Hessler, Andrea Roncato, Corinne Clery, Claudio Bisio, Sabrina Ferilli, Enzo Iacchetti, Vincent Riotta, Moira Orfei, Nino D’Angelo, Ninetto Davoli, Giulia Bevilacqua, Belén Rodríguez, Karina Huff, Victoria Silvstedt, Athina Cenci, Micaela Ramazzotti, Megan Gale, Paola Minaccioni, Paolo Calabresi, Rossana Di Lorenzo, Emanuela Folliero, Federica Moro, Maria Grazia Cucinotta, Carol Alt, Ornella Muti, Valeria Mazza, Giulia Montanarini, Natalia Estrada, Giorgio Panariello, Paolo Conticini, Aida Yespica, Manuela Arcuri, Carmen Electra, Francesco Mandelli, Marco Messeri, I Fichi d’India (Bruno Arena), I Fichi d’India (Max Cavallari), Ambra Angiolini, Emanuele Propizio, Danny DeVito.
Musica Michele Braga
Montaggio Pietro Morana

Era il 24 dicembre 1983. Si stentava ancora a lasciarsi alle spalle il decennio di piombo, ma comunque si era già ben piazzati nel lungo momento del “godetevi la vita”, per lunghi anni i ristoranti sarebbero stati pieni, il varietà mediasetlogico imponeva già gioiosi momenti d’illuminazione a giorno e arguzie sexy mai viste prima (in verità le Kessler c’erano state, ma “classiche” e con le calzamaglie nere), godimenti e ottimismi l’avrebbero avuta vinta sulle tristezze culturali dei neorealismi perduranti – duraturi almeno fino a una decina di anni fa, quando ancora Dino Risi se la prendeva con i critici cinematografici, i quali, diceva alla Tv il maestro del Sorpasso, “vorrebbero che noi facessimo i film che loro vorrebbero fare se li sapessero fare”. E il cinema, sulla spinta del neosfavillio catodico, avrebbe mostrato di ben comprendere la lezione. Da tempo la Tv aveva rinunciato all’indice di gradimento e stabilito che la quantità dell’ascolto avrebbe dovuto dettare le linee produttive per la gioia del pubblico, lo spettatore preso in sé, nella sua presunta omogeneità. La Qualità andò geometricamente a sottoporsi alla misurazione quantitativa. Il numero dei fagioli nel barattolo di Raffaella Carrà determinò la positività del giudizio e pazienza se magari veniva fuori che il numero dei telespettatori all’ora del pranzo era meno della metà di quel che si voleva far credere. Contò essenzialmente il concetto: successo = numero. Ma in sostanza, la Tv prendeva esempio dal cinema, essendo la storia del boxoffice cinematografico ben più antica (la stessa nascita dei generi, cioè della ripetizione dei mezzi e dei modi espressivi, risale praticamente ai primi del ‘900, con la moltiplicazione delle copie dei film per le proiezioni nei Nickelodeon americani): è piaciuto? rifacciamolo! E dunque il cinema si sentiva in dovere di mostrare rispetto, specialmente ora che la Tv indicava così gioiosamente la via. Da un certo punto in poi non fu che una corsa a due verso il traguardo della goduria, della simpatia, della risata benefattrice, riconoscibile, riproducibile dal Vero per il Vero, fino alla salvifica Verità del Grande Fratello (2000) e di tutte le Verosimiglianze delle narrazioni “Tratte da una Storia Vera”. I venditori di pubblicità boom-invasiva, con le proposte di sei a uno (paghi uno e ti diamo sei spazi), gli aperitivi (ora apericene e aperitutto), le bollicine, le feste, le terrazze, le vacanze, le vacanze invernali ed estive, le vacanze lontano e vicino. Il Natale! Prima di tutto venne il Natale. Era il 24 dicembre 1983 quando, azzardando una provocazione ragionata verso la vecchia guardia dei recensori, ci sembrò giusto accogliere il primo film natalizio di Carlo Vanzina senza inimicizia critica: “Un filmetto? E perché no”, scrivemmo sul Paese Sera di quel giorno fatidico. Non che fosse una novità assoluta, c’erano stati i Sapore di mare e gli Eccezzziunale veramente e c’era stata Una vacanza bestiale, ma ora il prodotto sembrava ben finito in sé e profumava di confezione prototipo: proprio l’inverso della battuta mitica di Riccardo Garrone, “Pure ‘sto Natale se lo semo levato dalle palle”, tutt’altro che definitiva e anzi punto di riferimento serio, non figurale (rarità), per un futuro gaudioso seppure anonimo. La parola non sembri irriguardosa. Qui entriamo nel valore interno, veniamo al punto dell’estetica di casa Filmauro: è piaciuto, facciamone un altro. Trentacinque anni di successi al botteghino, un incasso pari a 400 milioni di euro. Pochi nomi a dirigere, Vanzina (soltanto 8 volte), Enrico Oldoini (4, sul tema degli anni ’90), Neri Parenti (il grosso delle regie, 17, soprattutto in giro per il mondo, il Nilo, l’India, Miami, Rio, Cortina, ecc.), Volfango De Biasi (solo 3 Natali, Stupefacente, col Boss e a Londra). Ora, sembra a chiudere, quest’ultimo lavoro di montaggio, Super, firmato da Paolo Ruffini. Vediamo in che senso “anonimo”. Intanto perché è un cinema del “fare il verso”. Preso nel suo complesso, fornisce un repertorio esauriente, nei limiti di un filtro ragionato, delle situazioni e degli atteggiamenti, dei modi di dire e perfino delle espressioni più volgari reperibili nella circolazione comunicativa del momento, nel tessuto contestuale degli usi e costumi più riconoscibili. In apparenza, nessun segno di sofisticazione. E invece, una insistita calcomania giustificativa dei segni meno “presentabili” al gradino “superiore” del sociale, del socio-culturale; un passepartout senza vergogna per il paradiso della svergogna. Tutte cose, parole e parolacce, gesti e gestacci, furbizie e malizie, discese agli inferi e resurrezioni gratuite, rischi facili, capriole risolutive. Insomma, un bignami-regalo dello “Sto a scherzà” sordiano, a uso e consumo di tutte le pigrizie e in parte delle arroganze striscianti e tuttavia anche necessarie (“Quando ce vo’ ce vo'”). Ma senza pesantezza, urlando magari, ma nel rumore generale, citando il Varietà e però senza affrontarlo di petto. Iconologie, in fondo. Ripetere, non fa male. Ahahahah. Lasciamo perdere le citazioni letterarie e filosofiche che segnano il passaggio da una scena all’altra. Salve, Immanuel Kant! Sono 86 minuti che volano via come un’eternità comica, cioè totalitaria, esclusiva, che non lascia spazio a un’altra risata se non a una ripetizione di quelle. Quelle che sappiamo, che ci piacciono tanto, che dal lontano ’83 a oggi ci hanno permesso di sopravvivere, o ci hanno obbligati a fare finta di niente – ristoranti pieni. Apericene. Boldi-De Sica. Edonismo critico, per chi può. Oppure, il libro Super Vacanze di Natale (Mondadori Electa), dove i testi poggiano su fondi colorati, tra le molte figure.

Franco Pecori

Print Friendly

14 dicembre 2017