La complessità del senso
18 12 2017

Caccia al tesoro

Caccia al tesoro
Regia Carlo Vanzina, 2017
Sceneggiatura Carlo e Enrico Vanzina
Fotografia Enrico Lucidi
Attori Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo, Francesco Di Leva, Benedetto Casillo, Serena Rossi, Max Tortora.

Carlo Vanzina la sa lunga. Entrato nel cinema italiano, diciamo nella commedia, ancora in fasce (Totò e le donne, Steno e Mario Monicelli 1952) e passato alla regia nel ’76 (Luna di miele in tre), ha aperto la lunga stagione dell’intrattenimento natalizio nel 1983, con Vacanze di Natale, un “filmetto” capolavoro di coscienza produttiva e “nuova” maestria del combinare confezioni regalo simpatiche al botteghino. Maestria “nuova” ma tutt’altro che discontinua, essendo Carlo figlio di Stefano, regista e sceneggiatore protagonista di un infinito periodo aureo, dalla fine degli anni ’30 alle soglie del terzo millennio. Il figlio si è mantenuto sempre rispettoso verso la lezione paterna, al cui interno ha circolato un’aria di tradizione teatrale, non solo di “avanspettacolo”. La collaborazione più recente e ripetuta con un attore come Vincenzo Salemme, di radice eduardiana, conferma l’attenzione a forme di spettacolo che cercano autorizzazione “nobile” verso un cinema di sostanza riconoscibile. E Salemme non manca di sottolineare esplicitamente nelle sue parti in commedia il valore derivato da palcoscenico delle proprie interpretazioni, soprattutto nella tecnica recitativa. Non trascurabile l’affiatamento con Carlo Buccirosso, “spalla” che conferma l’importanza di un gioco dialettico che, mutatis mutandis, fa pensare a Totò e Peppino. Bisogna scendere però – nessuno si offenda – di un gradino piuttosto alto. Il tesoro di quest’ultima caccia è ancora il tesoro di San Gennaro, la mitria della statua del santo venerato a Napoli; è il medesimo tesoro dell’Operazione San Gennaro (Dino Risi, 1966), che vide, Nino Manfredi (allora considerato comico “minore” rispetto ai Sordi e ai Gassman), nei panni di Dudù, il boss venerato nei quartieri napoletani (il mandante era Totò, dal carcere). Gli equivoci di partenza e lo svolgimento dell'”impresa” possono richiamare il precedente ma non fino a fare del film di Vanzina un vero e proprio remake. Non tanto perché qui la caccia al tesoro venga da una necessità “umanitaria” – Domenico/Salemme, attore teatrale di “insuccesso” vuole rimediare un gruzzolo per salvare la vita a un nipote malato -, quanto perché la “mala” operativa non ha più il volto furbo/bonario di Manfredi, bensì il volto seriale gomorriano di Francesco Di Leva. E tutti possiamo avere qualche dubbio sulla “bontà” sociale della mafia, ma quando interviene la Televisione con la sua autorevolezza di stragista estetica, le sfumature decadono, si afferma il Verosimile. Ecco che ogni delicatezza del tocco, ogni ingegno improvvisativo (il gioco e l’ammiccamento teatrale di Salemme e Buccirosso), ogni levità dello spirito satirico, cede il passo al discrimine elettronico massino (uno verso molti), il “tratto da una storia vera”. Storia falsa vera, potremmo dire, o storia veramente falsa. Commedia o commediola, sorridente o spiritosa, riconoscibile o svolazzante a mezz’aria, fate voi. Poca la differenza, molto più marcato il passaggio dalla maschera di Nino a quella di Francesco. Il film di Vanzina è tuttavia aggraziato, ricamato con tutta calma, caratterizzato in scioltezza, tanto che, come dice Salemme nel finale:” Le cose finte possono diventare vere”.

Franco Pecori

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23 novembre 2017