La complessità del senso
18 01 2026

Frammenti di luce

Ljósbrot
Regia Rúnar Rúnarsson 2024
Sceneggiatura Rúnar Rúnarsson
Fotografia Sophia Olsson
Attori Elín Hall, Katla Njálsdóttir, Mikael Kaaber, Ágúst Örn B. Wigum, Gunnar Hrafn Kristjánsson, Baldur Einarsson.

Il titolo originale, Ljósbrot, in italiano è Rifrazione. Con la traduzione letterale si può comprendere meglio il film dell’islandese Rúnar Rúnarsson (1977), passato a Cannes 2024 nella sezione Un Certain Regard e poi a Roma, in Alice nella Città – Rúnarsson ha debuttato nella Quinzaine nel 2011 con Volcano ed ha poi mietuto successi, a San Sebastian con Passeri (2015) e a Locarno 2019 con Echo. Ora Ljósbrot è un film “piccolo” come la punta di un ago, punge la “realtà” (le virgolette hanno senso), suscitandone reazioni attuali, sia per valore contestuale, sia sul piano intersoggetivo. Siamo a Reykjavik, in Islanda, in compagnia di un gruppo di giovani, amici tra loro, studenti superiori di arti contemporanee, specialmente performative: giovani che si affacciano ai piani sperimentali dell’Espressione, tra forme anche teatrali e serate al pub. L’ambiente è nordico, un po’ “separato” e però, a suo modo, intenso. La vita quotidiana, studentesca, è anche la chiave d’apertura di fasi vitali consociate, nel ricambio generazionale, visto in un momento spiccatamente ricco di senso d’attesa. Lo specifico narrativo, all’apertura, ha l’aria neoromantica di un amore nuovo, al tramonto di fronte al mare e poi a letto, tra Una (Elín Hall) e Diddi (Baldur Einarsson). Volto specialissimo e portanza degna della Nouvelle Vague nativa (Cinquanta/Sessanta), la protagonista Una consuma con dissimulata disinvoltura l’attacco di un amore romantico/progettuale con il compagno Diddi, disponibile al ricambio, pur essendo egli già felicemente amato da Klara (Katla Njálsdóttir), rimasta a casa e poco sensibile alle “stravaganze” estetiche. Intimità sensuale con formulazione anche grafica della fotografia. L’immagine non illustra bensì delimita con pertinenza di senso. Nessuna accentuazione “estetica”. Ma poi la luce del tramonto rifrangerà un finale sull’altro riformulando il contesto. Un impatto drammatico, che non vediamo, ci arriva dalle cronache del traffico e Didi se ne va. Molte le vittime, dolori sparsi, gli ospedali sono pieni, “cronaca” in agguato ma evitata con cura. Emerge il dolore di Una (bravura attoriale di assoluta eccezione, nel tener fuori il dolore da possibili stereotipi di “attualità”), proponendo, nella diegesi, il drammatico filo interno, esistenziale (non esistenzialistico!), che lega quotidianità collettiva e tensioni individuali, nel quadro di un’Era in transito. Gli amici, il dolore, il funerale in chiesa, la tensione di due ragazze che accettano l’arrivo progressivamente consapevole della sofferenza comune, man mano più stretta, duale e infine disponibile a nuovo tramonto, col sole in riva al mare che unisce due vite. Due donne. Una dice: “Non sono lesbica, sono pan”. Si può vivere, oggi, anche nonostante il Secolo si accanisca a frenare, immerso nel cataclisma, dissimulando drammatica insistenza.  Klara e Una si lavano i denti col dito indice e affrontano la notte comune.

Franco Pecori

14 Agosto 2025