La complessità del senso
15 11 2018

I fantasmi d’Ismael

Les fantômes d’Ismaël
Regia Arnaud Desplechin, 2017
Sceneggiatura Arnaud Desplechin, Julie Peyr, Léa Mysius
Fotografia Irina Lubtchansky
Attori Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Louis Garrel, Alba Rohrwacher, László Szabó, Hippolyte Girardot.

Quando avevamo venti anni, pensavamo di fare un film, prima o poi, ispirandoci a Ejsenstejn, a Renoir, Ford e Godard. Poi ci passò di mente. Tuttavia non vi sono distrazioni che tengano, l’ispirazione non può venire mai dal nulla. Se mai, il film non si fa. Se si fa, la metafora che il linguaggio necessariamente genera sarà pur sempre l’esito di una selezione/combinazione di radice storica. Niente da obbiettare sui pensieri di Desplechin verso Fellini, Hitchcock, Truffaut, Bergman. Che un regista/autore si fermi un momento a riflettere sulla sua produzione e proprio attraverso il cinema ci racconti tale momento, va bene. È già successo. Ne son venuti capolavori che parlano di modi di fare cinema (il cinema parla comunque sempre di se stesso, non solo nei capolavori). Il film di Arnaud Desplechin, scelto per aprire (fuori concorso) il festival di Cannes 2017, dichiara esplicitamente il tema dei fantasmi, ombre personali che il protagonista-regista (Mathieu Amalric) porta con sé sul set del film che sta girando. Già tale disvelamento, per essere nel titolo, sa di tesi poetica, tende obiettivamente a delimitare il campo della partita estetica, proponendo la sfida rischiosa del rappresentabile, restando personale la fonte. Sicché il narrato narra anche se stesso, viaggiando sul filo del mistero che non è mistero, del fantasma che si rivela e perciò cade, del ricordo smemorato, dell’impossibile che si semplifica, del narrante che si fa narrato. Insomma qualsiasi cosa, coperta dall’onnipotenza dello schermo. Nella vita di Ismael due donne (Carlotta/Marion Cotillard e Sylvia/Charlotte Gainsbourg) si danno la caccia – facciamo conto che siano due, chissà.  C’è un fratello (Ivan Dedalus/Louis Garrel), ma non è decisivo, un fratello è (giù in basso) in ogni uomo. Alba Rohrwacher interpreta Arielle e Faunia, doppio ruolo, un ribòbolo che non semplifica né complica. C’è anche La componente spionaggio. È lì per confondere, non fateci caso, non cambia il sapore della torta. Consigliamo di fare a meno della traccia narrativa e puntare sulle immagini dei tre personaggi principali. Amalric, grande attore, riesce in pieno a rendersi Confusione e a trasmettere il senso di una tensione verso il problem solving di sé. Senza molte speranze, ma questo è il bello. Le due donne affermano la propria consistenza in una benevola quanto egoistica dedizione verso se stesse, danno vita al passato e al presente, trapassano scambievolmente da fantasma a corpo in funzione del confusionario, il cui padre (László Szabó) – uomo vero – soffre d’incomprensione. Il totale fa un marcato senso di umanità rappresentativa, senz’ombra di dubbio. La dimostrazione è nella sequenza di Ismael che “dialoga” con i quadri di Jackson Pollock. Giustamente, non è vero che siano informali, sono in-formali. Contengono i segreti mediati di una realtà. Assente il tema della difficoltà di fare un film.

Franco Pecori

 

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25 aprile 2018