La complessità del senso
19 10 2017

Life

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Regia Anton Corbijn, 2015
Sceneggiatura Luke Davies
Fotografia Charlotte Bruus Christensen
Attori Robert Pattinson, Dane DeHaan, Joel Edgerton, Alessandra Mastronardi, Ben Kingsley, Stella Schnabel, Kristen Hager, Kelly McCreary, Michael Therriault, Kristian Bruun, Jack Fulton, Ron White, Kasey Lea, Jessica Rose, Peter Lucas, Lauren Gallagher, John Blackwood, Nicholas Rice.

Da chiarire  subito: il film del regista olandese Anton Corbijn (Control 2008, The American 2010, La spia – A Most Wanted Man 2014) è sulla creatività di Dennis Stock (Robert Pattinson, la saga di Twilight 2008-12, Maps to the Stars 2013), fotografo dell’agenzia Magnum, divenuto celebre anche per il servizio realizzato sulla figura di James Dean, attore rivelazione del cinema americano nella metà degli anni Cinquanta. E in seconda lettura, col personaggio piuttosto sfumato e semidrammatico di Stock, si affronta il tema delle profonde implicazioni, intime, dell’arte fotografica nella sua versione “diretta”, quando l’obbiettivo coglie l’istante espressivo del soggetto per esprimerne il senso umano, non solo nella determinata circostanza dello scatto bensì, da quella circostanza, la pertinenza più ampia, estesa, esistenziale del personaggio ritratto nel contesto (implicito) attuale e in prospettiva storica. Ovviamente, il soggetto non è un soggetto qualunque. Quella che a distanza di 60 anni ci pare l’ineguagliabile tipicità di una figura destinata al mito  rappresentava per il ventiseienne Dennis la magica occasione di esercitare la propria capacità intuitiva e consegnare al settimanale Life la serie di scatti che immortalarono Dean nello stesso anno (1955) della sua tragica morte. Si parla ancora, a proposito di James Dean (Gioventù bruciata, La valle dell’EdenIl gigante), di cultura pop, ma in quei momenti di “presa diretta” l’occhio di Dennis vedeva in James la misteriosa configurazione, oltre il personaggio, del simbolo vivente di un disagio neogenerazionale, espresso in dimensione soggettiva e inconscia, una sensibilità che in modo sotterraneo il giovane fotografo sentiva vicina. Il regista cerca durante tutto il film la chiave per rendere esplicito il tema, senza scivolare nella forma “documento” e restando nella prospettiva di ricerca. Vedi quel certo feeling nato quasi immediatamente tra i due protagonisti e il loro viaggio verso l’Indiana, ritorno di James alle proprie origini di ragazzo cresciuto in una fattoria. In questo senso appare giustificata la scelta di affidare a Dane DeHaan la parte di Dean, lasciando che l’attore (Giovani ribelli – Kill Your Darlings 2013, The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di electro 2014) agisca in una dimensione trasognata, interprete di un ruolo la cui portanza inconscia non è minore del peso biografico. E Ben Kingsley nella parte di Jack Warner, produttore del film-marchio Rebel Without a Cause, rende inquietante e ancor più vivo il senso di tensione, avvertibile ancora oggi, insito nella scelta stessa di affidare a Nicholas Ray (Johnny Guitar 1954) la regia. Era la medesima casa che aveva appena lanciato film come È nata una stella (Judy Garland, regia di George Cukor, 1954) e che dieci anni più tardi produrrà My fair Lady (con Audrey Hepburn, regia di George Cukor).

Franco Pecori

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8 ottobre 2015