La complessità del senso
28 06 2017

Rock the Kasbah

film_rockthekasbahRock the Kasbah
Regia Barry Levinson, 2015
Sceneggiatura Mitch Glazer
Fotografia Sean Bobbitt
Attori Bill Murray, Kate Hudson, Zooey Deschanel, Bruce Willis, Danny McBride, Taylor Kinney, Scott Caan, Sara Baker, Alisha Heng, Leem Lubany.

Stridore umoristico, amarezza, ironia e un po’ di soddisfazione fantastica, augurandosi un mondo migliore nella giusta fusione di istanze di civiltà contemporanea e di rispetto per le tradizioni religiose. Tutto nell’Afghanistan non pacifico, desertico e orrendamente metropolitano. Richie Vance (Bill Murray), manager in discesa ripida di rock star di terza categoria, ha uno dei suoi guizzi geniali. Perché ammuffire nel triste studiolo californiano e non tuffarsi, invece, nel futuro, improbabile ma di sicuro effetto, nella scena di guerra più attrattiva, nell’attualità drammatica e apparentemente irrisolvibile del Medioriente? Detto fatto, Richie trascina in un elettrizzante “viaggio della morte” la sua assistita del momento, Ronnie (Zooey Deschanel). La porterà con sé in Afghanistan, la farà cantare davanti alle truppe americane nel teatro di guerra. Tra una pennica e un sorso, attutito nelle reazioni vitali, ma lungimirante nelle scelte professionali, l’attempato manager si ritrova presto da solo. A Kabul, Ronnie sparisce lasciandolo senza un dollaro e senza documenti. Così, il contatto con l’ambiente si fa più concreto, si forma una specie di squadra di allegri disperati, con due giovani americani e con la loro guardia del corpo, Bombay Brian (Bruce Willis), colosso supergrintoso più improbabile del “duro a morire Die Hard”. Si mettono in giro alla caccia della fuggitiva e l’occasione è buona per dare spazio a fantasie erotiche, riassunte dall’incontro con la bellissima Merci (Kate Hudson),  prostituta scettica e piena di saggezza. Ma il bello deve ancora venire. Sempre sull’orlo dello spaesamento definitivo (Lost in translation, ma non più giapponese), Richie riattiva miracolosamente un ottimismo dal profondo della coscienza e coglie l’attimo per promuovere a soluzione finale un altro incontro, stavolta decisivo. Nel deserto surreale, ecco una voce soave di ragazza pashtun. La giovane Salima (Leem Lubany) canta al lume di candela, ma il manager incallito la vede già protagonista e vincitrice nel programma televisivo Afghan Star, equivalente all’americano American Idol. Il gioco è fatto. Si tratterà di convincere amici e parenti anche importanti, giacché, come noto, una donna che cantasse in pubblico e per di più alla Tv andrebbe incontro alla condanna a morte. Sarà difficile come difendere dagli indiani il Fort Apache di Ford. Ma si può fare, trattando si può. Potenza del Rock. Quello di Barry Levinson è un occhio critico che usa l’ironia e il sarcasmo per “leggere” la realtà contemporanea nei suoi aspetti più smaccatamente rappresentativi (Sesso e potere 1997, L’uomo dell’anno 2006). In sostanza, al pubblico televisivo, anche il più lontano ma pur sempre omogeneo nel consenso elettronico, la parola decisiva sui destini dell’umanità. Qui Bill Murray lascia un’impronta inequivocabile, di misurata provocazione artistica.

Franco Pecori

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5 novembre 2015