La complessità del senso
19 05 2019

Old Man & The Gun

Old Man & the Gun
Regia David Lowery, 2018
Sceneggiatura David Lowery
Fotografia Joe Anderson
Attori Casey Affleck, Robert Redford, Sissy Spacek, Tom Waits, Danny Glover, Elisabeth Moss, Keith Carradine, Tika Sumter, Isiah Whitlock Jr., Augustine Frizzell, Gene Jones, Barlow Jacobs, Robert Longstreet.

Gli agenti quando lo presero dissero: “Sorrideva”. Il volto di Robert Redford (82 anni compiuti il 18 agosto scorso) nella magistrale interpretagione di Forrest Tucker, rapinatore di banche veramente esistito (morto nel 2004 a 83 anni) e passato alla leggenda anche per le ripetute evasioni dal carcere – perfino da San Quentin quando era ormai settantenne -, è un’immagine da conservare nella più consapevole memoria cinematografica, di un cinema mai decaduto dalla propria modernità: A piedi nudi nel parco 1967, Come eravamo 1973, Il grande Gatsby 1974, L’uomo che sussurrava ai cavalli 1998, Leoni per agnelli 2007. Accanto all’attore, attrici come Jane Fonda, Barbra Streisand, Mia Farrow, Kristin Scott Thomas, Scarlett Johanson, Mery Streep. Fondatore del Sundance Institute, Redford ha segnato anche il momento in cui, a Hollywood, la nuova generazione di attori pretese finalmente di avere voce in capitolo sulle sceneggiature dei film da interpretare: la coscienza del proprio lavoro prendeva nuove forme sullo schermo, in trasparenza. A mezzo secolo di distanza, il sorriso di Forrest, il suo volto pieno di rughe, la paziente ironia e anche la tranquilla sottostante amarezza nell’andamento sicuro dell’avventura, concedono al regista la libertà di narrare con pieno rispetto del personaggio, di seguire il racconto senza mai lasciare il corpo dell’attore all’avidità della cinepresa e tuttavia donandone allo spettatore la sapienza della misura, la sicura convenzione delle scelte espressive, per una libertà di lettura intrinsecamente agganciata allo schermo, in nessun momento abbandonata a una banale referenzialità. La discrezione è un altro parametro d’importanza non secondaria, qui riferito anche al comportamento stesso del personaggio. Redford/Forrest non impugna mai la pistola del titolo, la mantiene a portata e al massimo fa il gesto di usarla verso i poliziotti che lo braccano, con la sola mano tesa, nuda. Le rapine di Forrest sono forme del vivere, occasioni di libertà, contestazioni possibili, incontri da consumare nell’attimo, progettualità offerta all’umanità bonaria di una qualche famiglia, magari la famiglia stessa dell’agente John Hunt (Casey Affleck), afflitto dalla difficoltà di acciuffare il ricercato e insieme turbato dalla spontanea riflessione della propria figlioletta: “Se lo acciuffi, poi non potresti più inseguirlo”. Questione esistenziale di una società prigioniera dei ruoli che ne compongono il funzionamento. Ma sul volto di Redford/Forrest la problematica si scioglie come in un incontro casuale, in un intreccio implicito di destini sentimentali: basta a dirlo la presenza, fresca e sublime, di Sissy Spaceck/Jewel. Tra i due, il modo di incontrarsi, di parlarsi, di intendersi, di gestire i tempi e i rimandi delle battute e degli sguardi è il modo di vivere “rapinando” ancora un futuro, anni da non buttar via, pazienze da esercitare con spirito sempre nuovo. Non è l’ottimismo dei fessi, meno che mai l’opportunismo dei traffichini dell’applauso dei quali si può fare a meno: è la fiducia in una storia – il cinema, perché no? – che cerca nei propri anni il suo linguaggio onesto. Possono nascere anche figli bravi, come David Lowery, regista indipendente dalle capacità ben controllate. Il film propone anche una specie di antieroismo, nel quadro contemporaneo del progressivo miscuglio di nervosismi estetici dell’improduzione. [Festa del Cinema di Roma 2018, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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20 dicembre 2018