La complessità del senso
18 01 2022

Cry Macho – Ritorno a casa

Cry Macho
Regia Clint Eastwood, 2021
Sceneggiatura Nick Schenk, N. Richard Nash
Fotografia Ben Davis
Attori Clint Eastwood, Eduardo Minett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola, Horacio Garcia-Rojas.

C’è il rodeo del West, il recinto con i cavalli selvaggi da addestrare. Ma la prima immagine del film mostra cavalli liberi che corrono nel verde boscoso. E c’è un nonno. Un vecchio macho del West, pentito: “Questa storia del macho – dice – è sopravvalutata. Quelli che cercano d’essere macho facendo vedere che hanno grinta fanno un mestiere da idioti. Da giovane pensi di avere tutte le risposte, poi quando invecchi capisci che non ne hai nessuna. E allora è troppo tardi”. Esistenzialista? No, è soltanto il Kowalski del Gran Torino, con qualche anno in più. La vecchiaia, meno male, non finisce mai. La fiammella di quell’accendino, estratto nel finale del 2008 come fosse una pistola, è restata accesa, comunica una voglia di comprensione, perfino di bontà, ché possa farsi utile nel quadro orribile dell’oggi. Insomma una vicenda che ne racconta un’altra. E non si vergogna della forma fiabesta, nascosta tra Texas e Messico, quasi che la situazione drammatica, fuori dal film, di un popolo sospeso al confine potesse passare per “vera”. Di vero in quest’ultimo Macho non v’è nulla. Sembrerebbe così, se il film non fosse un altro. La sinossi dice che Mike Milo è stato un macho campione di rodeo. Ora da vecchio lavora in un ranch addestrando cavalli. Il padrone lo usa come tramite verso il proprio figlio, Raphael, che ha visto andarsene in Messico con la madre quando era ancora un bambino. Mike, vedovo e in povertà, dovrà andare a recuperare Rafo, ormai adolescente, e riportarlo dal padre. Il progetto è interessato, la madre del ragazzo s’è  arricchita e i suoi investimenti fanno gola al marito lasciato a casa; ma che il “cattivo” sia il committente è un dettaglio statisticamente poco significativo. Per la componente “recupero”, vengono in mente film come The Searchers (Sentieri selvaggi 1956) e Two rode together (Cavalcarono insieme 1961). E però Ford è Ford, non racconta fiabe. Clint Eastwood è figlio. Memore e fuggitivo, arriva alla vecchiaia facendone fiaba. Di vero non v’è n’è, ma ve n’è molto. Clint fa film da lettore/critico di cinema, mette in scena stereotipi sempliciotti quasi da serie Tv e li guarda da ultranovantenne che s’accorge di quel che passa nel quadro: lo cattura, lo trasforma, lo rende “buono” (lo bonifica) e lo dona  – lo condivide, si direbbe in tempo di webcontatti – a quanti non si siano arresi ai supereroi dalle virtù esagerate. Stando alla sceneggiatura, il primo incontro di Macho con Raphael, promette un seguito didascalico, così “elementare” da metterci in guardia sul valore di uno sceneggiatore come Nick Schenk. Tutto quel che succede poi va visto sedendo in poltrona accanto all’autore, rubando a Clint lo sguardo da spettatore, leggendone l’intento di preghiera orgogliosa e la richiesta di assoluzione per un amore sempre più difficile da realizzare. Ancora un amore, certo. Vedovo e anziano, Cry/Clint ci invita a proseguire la lettura del cinema. Il film non è che una fiaba, un po’ come la nostra vita. Una volta si dava la caccia agli indiani e si compravano terre a due soldi, pistole alla mano. Ma Ford è Ford.

Franco Pecori

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2 dicembre 2021