La complessità del senso
28 01 2023

Avatar: La via dell’acqua

Avatar: The Way of Water
Regia James Cameron, 2022
Sceneggiatura James Cameron, Rick Jaffa, Amanda Silver
Fotografia Russell Carpenter
Attori Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Kate Winslet, Cliff Curtis, Joel David Moore, CCH Pounder, Edie Falco, Brendan Cowell, Jemaine Clement, Jamie Flatters, Britain Dalton, Trinity Jo-Li Bliss.

Avatar, trasferimento. Non per la distanza di 44 anni luce del pianeta Pandora dalla Terra, bensì per la diversità di quel nuovo mondo sul quale si proiettano essenze umane. Dislocamento con conseguenze astratte sul senso di una piattaforma ideale riassumibile in “liberazione”, liberazione dalla prigionia allusiva in cui si è ridotti qui nel mondo Terra. Dall’Induismo, avatar è vita virtuale, immagine di Essere, come frutto di scelta, quasi, tra l’essere e il non-essere shakespeariano. A Pandora tutto funziona come se fosse, sarebbe se fosse in essere, ma sarebbe non più lieve, non più leggero, non più liberato dal decadimento. Avatar è anche sostituzione. Nel primo film, del 2009, il marin (figura più concreta e consistente di così…) Jake Sully, decaduto fisicamente (!) in sedia a rotelle, si è traferito su Pandora, strano pianeta studiato dal fratello di Jake, ora morto, attraverso inviati avatar, capaci di vivere nell’atmosfera irrespirabile per gli umani. Non era ricerca “pura” (e quando mai). Pandora, abitata dai Na’vi (“ogni tre passi sei metri”) contiene un minerale prezioso per il futuro della Terra. Qui le cose si sono fatte molto meno “fantastiche”. Jake si è innamorato (il termine non muta di significato nel trasferimento di senso) di Neytiri, figlia del capo. E quindi si integra. Era chiaro che una continuazione fosse ben attesa. Nel secondo film, il trasferimento è molto meno pesante. Il concetto di comunità è consolidato, il senso di sostituzione si apre alla vista meravigliosa del mondo avatar. Vista. Immagine. Visione. La narrazione si attenua, lascia spazio allo spazio, al volume occupabile dalla poltrona, al coinvolgimento, all’attrattiva indeterminata, all’incoscienza dell’esservi fittizio. Avatar con acqua e nell’acqua. È la nuova via, altro che petrolio. Jake e famiglia (figli crescono) vanno verso il mare. Primitivi-non-primitivi, nuovi cercatori, lottano per il nuovo West. L’America è lontana ma non troppo. I 400 milioni del budget si vedono, si fruiscono. Una meraviglia. Un giorno piacerà a tutti vivere così? Inutile descrivere, bisogna esservi. E Cameron è capace di ospitarci nel suo schermo-spazio dove tutto è ugualmente differente. Diverso non proprio, giacché – pensiamoci – non vogliamo davvero andarcene via. Ci piace vedere che il figlio del colonnello Quaritch sia cresciuto e viva con i tre nuovi, naturali, della famiglia Sully. Possiamo anche andar dentro nei poteri di connessioni misteriose con Eywa, grande madre di Pandora (per saper cosa non importa). Dalla Terra arrivano nuovi “cattivi”, ma che fà? La loro coscienza non è che un backup vendicativo. I nostri eroi, Jake e tutto il resto della famiglia, possono cercare una nuova sponda. Nell’arcipelago dei Metkayina la gente è paciosa. Lo spettacolo è grandioso (al limite del circo acquatico), la tecnica HFR, nel forzoso rapporto tra 24 fotogrammi al secondo del cinema tradizionale con i 48 della nuova tecnologia, ingloba lo spettatore in un’immersione avvolgente che lo convince a vivere la modellistica in una nuova prospettiva, nell’identificazione avatarica. Appiattimento? Il contrario di quel che può sembrare, forse. Quel treno che salta in aria 13 minuti dopo l’inizio non fa pensare a La Ciotat? Sono passati 127 anni ma il tempo, lo sanno ormai tutti, non esiste.

Franco Pecori

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14 Dicembre 2022