La complessità del senso
17 07 2019

Se la strada potesse parlare

If Beale Street Could Talk
Regia Barry Jenkins, 2018
Sceneggiatura Barry Jenkins
Fotografia James Laxton
Attori Kiki Layne, Stephan James, Regina King, Teyonah Parris, Colman Domingo, Ethan Barrett, Milanni Mines, Ebony Obsidian, Dominique Thorne, Michael Beach, Aunjanue Ellis, Diego Luna, Dave Franco, Pedro Pascal, Emily Rios.
Premi Golden Globe 2019: Regina King atrnp.

Harlem, anni ’70. Beale Street è una strada di New Orleans, dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato in Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana, sia esso a Jackson, in Mississippi, o Harlem, a New York. Beale Street è la nostra eredità. Sono parole di James Baldwin, autore del romanzo da cui è tratto il film di Barry Jenkins, stesso titolo.  E partiamo pure dalla fine, dato che il racconto non propone suspence, mentre il quadro finale aiuta a leggerne il senso, importante nella sostanza nonostante l’andamento scontato delle scene. «Presto torno a casa, ora sono un artigiano». Alonzo “Fonny” Hunt (Stephan James) è in carcere, non ha fatto nulla di male e comunque ha patteggiato per una pena non tanto pesante da non lasciare a lui e alla sua famigliola la prospettiva di una vita ancora povera ma felice. È l’ora delle visite, a uno dei tavoli della sala messa a disposizione dalla struttura siedono il suo piccolo, intento a colorare un foglio disegnato all’impronta, e la cara moglie, Tish (Kiki Layne), la giovane amorevole e paziente che ha saputo conservare l’amore per il suo amore sfortunato. Si può vivere felici anche se con dolore, lasciando sopire la rabbia che dentro ha rischiato di esplodere per l’ingiustizia subita. Fonny (22 anni) e Tish (19) si sono amati fin da giovanissimi, contro l’avversione dei genitori di lui, specialmente della madre (Aunjanue Ellis), religiosa fanatica. E proprio mentre i ragazzi decidono di sposarsi, con Tish già incinta, ecco la disavventura abbattersi su Alonzo come un macigno targato dalla Storia, cioè dal pregiudizio razziale verso i cittadini di pelle nera. Una donna bianca viene stuprata lungo la strada di notte e sarà Fonny a finire in prigione. Il ragazzo è innocente, ma si capisce da subito quale potrà essere la difficoltà per tirarlo fuori dal guaio. Esemplare il caso di Daniel (Brian Tyree Henry), l’amico appena uscito dal carcere, il quale racconta appunto di un’ingiustizia che ha dovuto sopportare. Invano Sharon (Regina King), la madre di Tish, si mette in viaggio per incontrare la donna che ha creduto di riconoscere in Fonny il proprio aggressore. Teso ed emozionante il confronto, soprattutto per la qualità drammatica della King, giustamente premiata con il Golden Globe. È il momento emozionante del film. Per il resto, sommessamente, la vicenda procede verso il finale. Paziente, Alonzo deciderà di seguire il proprio destino, smaltendo il risentimento e approfittando del soggiorno coatto per imparare un’arte di artigiano che andrà a sostituire, o almeno ad aggiungersi, a quella di scultore, sospesa per forza di cose. Certo, a confronto con la religiosità avversativa dimostrata da sua madre in occasione della presentazione di Tish alla famiglia, quella di Alonzo è la figura di un santo. Resilienza è la parola che circola oggi. Il sostantivo trova accoglienza estetica nello stile di Barry Jenkins, regista tuttora incline alle soluzioni pacate, dopo il trionfo (Oscar 2017) del suo primo film, Moonlight. [Festa del cinema di Roma, selezione ufficiale]

Franco Pecori

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24 gennaio 2019