La complessità del senso
18 12 2017

Blade Runner 2049

Blade Runner 2049
Regia Denis Villeneuve, 2017
Sceneggiatura Hampton Fancher, Michael Green
Fotografia Roger Deakins
Attori Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Dave Bautista, Jared Leto, Mackenzie Davis, Carla Juri, Lennie James, David Dastmalchian, Hiam Abbass, Barkhad Abdi.

Finto chi? Finto cosa? La domanda s’impone quando sullo schermo passa un film come il “seguito” di Blade Runner di Ridley Scott (1982). A distanza di 35 anni, la domanda è tematica e, in un mondo in cui la replica, la riproducibilità, la sostituzione tendono a cancellare l’idea stessa di reale, originale, è consigliata prudenza nella risposta. Si fa presto a dire replicante. Intanto, la questione può essere antica. Un umano che si adagiasse oggi sul proprio vissuto ripetendo passivamente atteggiamenti parole e scelte adottate dal contesto (chi non lo fa un po’?) andrebbe ancora a scontrarsi dialetticamente con istanze che già Socrate avanzava 2400 anni fa, quando insisteva nel domandare all’interlocutore: “Cosa vuoi dire con ciò che hai appena detto?”. Era un modo per decostruire l’ovvio, smascherare la “copia” in funzione della “verità”. Oggi le new-new tecnologie possono condurre la narrazione del mondo/extramondo fino al dubbio del dubbio esistenziale e storico, nella guerra dei nuovi e nuovissimi replicanti, protagonisti delle più attuali servitù, in un quadro nemmeno tanto futuribile (2049), in cui l’umanità “primitiva” non può che sperare nel ripescaggio primordiale di un reperto segreto, un oggetto della mattanza/replicanza, proprio sotto un albero (un albero!) ischeletrito. Non dobbiamo anticipare il film, ma è ciò che accade all’agente K (Ryan Gosling), cacciatore di replicanti anch’egli, sulla scia del Rick Deckard (Harrison Ford) di ridleyana memoria. Ora si tratta di un ritrovamento che suscita un ricordo decisivo e soprattutto è da vedere se il ricordo sia reale o se non sia dovuto a un innesto artificiale nella memoria. Nel panorama sconsolato, tecno-nebbioso, piovoso, nevoso, desertico, cementoso e vitreo, nella geometria sclerotica e traslucida, olografica, di un futuro che già sembra diabolicamente passato – e passivo – ecco ancora un Albero della Vita! Ma si fa per dire, il canadese Denis Villeneuve – frequentatore di festival (Cannes, Berlino, Venezia) e autore di film che vanno dal thriller (Prisoners 2013) alla fantascienza (Arrival 2016) – fa di tutto per non semplificare, come invece facciamo noi, nell’ansia di andare al sodo. Ridley Scott, leggendo il romanzo di Philip K. Dick, “Il cacciatore di androidi”, aveva puntato soprattutto sulla figura e sulla fascinosa prestazione di Harrison Ford, maschera capace di contenere il mistero di un’identità non nitida. E comunque ci sarebbero poi voluti dieci anni prima di poter ammirare la versione “Director’s Cut” del suo film, il cui finale avrebbe lasciato il dubbio che il protagonista cacciatore di replicanti fosse egli stesso un replicante. Ora riprendendo il filo, Villeneuve tematizza il dubbio sul piano filosofico, lasciando però alla componente “spettacolare” di imporre al film una visione stracolma di “bombardamenti” ambientali, con la rappresentazione ridondante di un mondo dove spazi e movimenti si identificano in funzione elettronica e dove la geometria è anche magistralmente fusa nel disegno funzionale, tanto da rendere verosimili le più ardite e continue trasmigrazioni “interno/esterno” in una cifra fittizia omogenea alla pertinenza ideologizzante di un futuro non-irreale. Molto del merito va alla fotografia di Roger Deakins. Tuttavia lo spettacolo di una situazione ambientale futura resta debitore verso il punto filosofico, il quale consiste nella varianza problematica del nato e non-creato, nel possibile predominio, anche solo dialettico, di una versione o dell’altra nello sviluppo vitale della civiltà. Per tutto il film siamo invitati a riflettere sulla differenza e sulle conseguenze tra le due possibilità storicizzabili che riguardano il personaggio dell’Agente K (Ryan Gosling), il protagonista imprigionato nel proprio dubbio, originario e quasi-impossibile da sciogliere. Non rovineremo il piacere dell’indagine a cui lo spettatore è invitato. Ma di sicuro un’umanità invasa da replicanti a-sentimentali, disposti a tutto pur di superare la difficoltà immunologica di un extramondo alienato e disorientato, è comprensibile che si possa aggrappare alla “verità” di un sogno, di un ricordo, alla risoluzione non rinviabile dell’enigma produttivo, riproduttivo, ricreativo. All’Agente K (bravo Gosling nel difficile equilibrio interpretativo tra azione, prestazione fisica e consapevole espressività) non resta che mettersi alla caccia di Rick Deckard. Quando infine lo trova, l’incontro segna il culmine emotivo del film. La presenza scenica di Ford ha la meglio sulla valenza tematica del faccia-a-faccia e da quel momento il film trova finalmente la sua piena giustificazione anche estetica e viene recuperato il tema generazionale nel ruolo alquanto misterioso di una figlia (Carla Juri) che trova una trasparenza nella collocazione simbolica. E’ vero però che, a ritroso, tutto ciò che sta prima è la vita-finzione, è l’aria espansa, a tratti incendiaria e a tratti lugubre e ferrigna, di una Los Angeles invivibile e minacciosa: qualcosa di sovrabbondante e in parte anche scontato, come gli ologrammi “poetici” (Elvis, Marilyn, Sinatra) che segnano il momento di relax riflessivo tra K e Rick rispondendo a un’istanza quasi-nostalgica. Il racconto, fatascienza/noir, si estende per un tempo dilatato (152 minuti) e non risolutivo del dubbio filosofico di fondo, un dubbio che non emerge a livello di stretta diegesi ma che sostanzia l’interrogativo principale, al di là della trama, oltre la vicenda dei replicanti: come risolvere – è risolvibile? – la dialettica Virtuale-Reale, come vivere il Virtuale, come parlare del Reale. Qual’è il senso del dubbio? Alcune scene del film entrano nello specifico mostrando una forma di fusione del Virtuale, come nel rapporto di “non-coppia” tra K e la sua olo-amica Joi (Ana de Armas); o denunciando il limite riproduttivo del Virtuale, quando il creatore di replicanti Niander Wallace (Jared Leto) ammette che il proprio ottimismo verso la validità delle creature per la sopravvivenza dell’umanità deve arrestarsi di fronte all’impossibilità di crearne all’infinito. A veder bene, questo Blade Runner 2049 non viene casualmente dopo il capolavoro fantascientifico Arrival. Porrebbe anzi, proprio attingendo al precedente lavoro, l’inquietante questione se dall’incubo della replicanza si possa e/o si debba uscire risolvendo il problema del linguaggio, della comunicazione con l’altro, sia esso anche virtuale. Ma qui, dallo “spettacolo” si dovrebbe passare ad altre competenze.

Franco Pecori

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5 ottobre 2017