La complessità del senso
18 12 2017

Assassinio sull’Orient Express

Murder in the Orient Express
Regia Kenneth Branagh, 2017
Sceneggiatura Michael Green
Fotografia Haris Zambarloukos
Attori Kenneth Branagh, Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Judi Dench, Daisy Ridley, Penélope Cruz, Josh Gad, Willem Dafoe, Lucy Boynton, Olivia Colman, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Miranda Raison, Manuel Garcia-Rulfo, Marwan Kenzari, Tom Bateman, Sergei Polunin, Hayat Kamille.

Hercule Poirot, il famoso detective belga, creatura della penna di Agatha Christie, ragiona con un’idea ben fissa nella testa, si sa: “Esiste solo giusto o sbagliato”. Il sacrosanto principio che lo ha aiutato nelle indagini più argute gli servirà anche stavolta, costretto com’è a ragionare su un caso che si trova tra i piedi proprio mentre aspirerebbe a prendersi una meritata vacanza? La vita, a volte, può risultare più complicata del previsto. E questo vale anche per Kenneth Branagh, raffinato attore e regista nordirlandese (Belfast, 1960), frequentatore di classici teatrali (Enrico V 1989) e di favolistiche narrazioni (Cenerentola 2015). Mentre sbuffa a vapore (sono gli anni Trenta) da Istanbul verso Trieste e Calais, il lussuoso espresso viene investito da una slavina e resta bloccato tra le montagne della Jugoslavia. Un passeggero è stato assassinato a colpi di coltello nel proprio scompartimento. Il delitto appare misterioso. Poirot avrà tutto il tempo per conoscere i viaggiatori, collegare indizi, arrivare a una conclusione precisa quanto rarefatta e concreta insieme. La vittima, tale Ratchett (Johnny Depp), era in realtà un italiano di nome Cassetti, latitante in fuga dagli Stati Uniti, accusato di aver rapito e ucciso, anni prima, la bambina Dasy Armstrong. Man mano verrà fuori che tutti i passeggeri dell’Orient Express hanno a che fare con quel delitto. Non staremo qui a seguire il filo dell’indagine, fiduciosi come siamo nell’infallabilità di Hercule Poirot. Il regista si cala egli stesso nella maschera baffuta del detective, non si scompone mai, nemmeno nei momenti più difficili, impeccabile nel suo abito scuro, incurante del freddo polare che ha investito il convoglio. Nella scena quasi-teatrale, le inquadrature seguono una dinamica che sembra statica, ma si sviluppa secondo una logica induttiva-deduttiva, a comporre le sequenze in un “quadro-prigione”, in un’estetica asfissiante, da cui si sprigiona un sentimento di razionalità implacabile. Ciascun personaggio è insieme la figura di se stesso, funzionale al reticolo investigativo, sicché la “morale”, che pure alla fine si potrà dedurre dalla stessa conclusione proposta in forma teatralissima da Poirot, non sarà che la composizione di una responsabilità di gruppo, “universale” come il Male che da un capo all’altro del Mondo può chiamarci a colpevoli: in ogni momento, quando Poirot voglia. L’intrigante andamento indiziario allevia la minaccia del possibile coinvolgimento dello spettatore grazie alle risorse artistiche di un cast che non sapremmo come definire di prim’ordine senza togliere qualcosa a ciascun nome della lista. Nel precedente “Orient Express”, di Sidney Lumet (1974), il protagonista era Albert Finney. Anche allora la lista era superlussuosa: Lauren Bacall, Martin Balsam, Ingrid Bergman, Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Cassel, Sean Connery, John Gielgud, Anthony Perkins, Vanessa Redgrave, Richard Widmark.

Franco Pecori

Print Friendly

30 novembre 2017