La complessità del senso
26 05 2018

Il ragazzo invisibile – Nuova generazione

Il ragazzo invisibile – Seconda generazione
Regia Gabriele Salvatores, 2017
Sceneggiatura Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo
Fotografia Italo Petriccione
Attori Ludovico Girardello, Ksenia Rappoport, Galatea Bellugi, Dario Cantarelli, Ivan Franek, Emilio De Marchi, Katia Miranova, Mikolai Chroboczek, Matej Martinak, Kristof Konrad, Noa Zatta, Assil Kandil, Filippo Valese, Enea Barozzi, Riccardo Gasparini. E con Valeria Golino.

Visibile o invisibile? Com’è meglio vivere? E come sarebbe più giusto? Non osiamo pensare a una terza generazione. L’impressione è che per un adolescente normale oggi il problema sia piuttosto di essere visibile in un contesto che ha tutta l’aria di fare finta di niente, di non preoccuparsi più di tanto dei nuovi arrivati in società. Ci aspettavamo che Michele Silenzi (Il ragazzo invisibile 2014), col passaggio dai 13 ai 16 anni (Seconda generazione), sentisse la necessità di cominciare a collocarsi con progressiva consapevolezza nel mondo. Ma non attraverso il potere della “trasparenza”, bensì con una propria energia di uomo quasi-adulto, consapevole delle difficoltà comuni in una vita normale. Insomma pensavamo che non vi fosse bisogno di portarsi dietro un tema come il “privilegio” della presenza occulta, frustrante a tratti quanto si voglia ma pur sempre privilegio protettivo e rassicurante. Invece succede che il ragazzo (Ludovico Girardello) si trovi ancora e sempre di più coinvolto nella sua situazione speciale, di invisibile a comando. Pericolo: il poter essere testimone non visto di situazioni sfavorevoli finirà forse per bloccare la crescita di Michele al di qua delle prove richieste dalla società; una società che forse andrà cambiata, un cambiamento che non potrà che avvenire attraverso un normale coraggio del vivere. Invece no, Michele può contare sui suoi poteri speciali.  Non bastava Superman? “Con la saga del Ragazzo invisibile – dice il creatore Gabriele Salvatores – stiamo allevando, proteggendo, facendo crescere un nostro ‘figlio cinematografico’ nella speranza di far crescere anche i nostri figli reali”. Andrebbe anche bene se non vi fosse appunto un elemento pedagogico alquanto impressionante. L’impressione è dovuta anche a strane invenzioni narrative che immergono il film in un pantano di mostruosità e di minacce “mondiali” per dar modo alle “virtù” del sedicenne alto magro e biondo – similtimido quanto sicuro di potersela in ogni caso cavare – di sciogliere un certo nodo relativo all’infanzia. Ecco una madre adottiva (Valeria Golino) con la quale si può bisticciare vivendo comunque “alla pari” (“ci facciamo una pera”, dice al figlio in un momento di noiosa solitudine). Ma si tratta di una madre dal destino fragile. Così, ne arriva un’altra, Ylena (Ksenia Rappoport), madre vera e propria, padrona tiranna di un padre reale quanto prigioniero, in un intreccio di russi cattivi, tali e quali a quelli che, come risulta dalle televisioni e dai film quando non vi siano storie tratte da storie vere di camorra, minacciano il trionfo volgare della prepotenza. Questione di un gasdotto, tanto per stare al passo con le cose terrene. Sperando che, invece, prima o poi il Bene abbia il suo trionfo sul Male nell’Universo anche interstellare – potremo accompagnare Michele al cinema, un pomeriggio di questi – lasciamo per il momento il ragazzo alle sue sorprese. C’è da chiarire la consistenza “speciale” di una sorella inattesa (Galatéa Bellugi), c’è da recuperare l’amore di una biondina (Noa Zatta) momentaneamente tendente alla distrazione. Tutt’intorno il mondo sembra traballare, quasi che un sisma diegetico si stia impadronendo, di momento in momento, del ventaccio proveniente dall’Est. Ma serenità, non c’è vera paura: possiamo sempre renderci invisibili.

Franco Pecori

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4 gennaio 2018