La complessità del senso
24 09 2017

Dunkirk

Dunkirk
Regia Christopher Nolan, 2017
Sceneggiatura Christopher Nolan
Fotografia Hoyte Van Hoytema
Attori Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard, James D’Arcy, Barry Keoghan.

Un film di guerra serio non può che non essere un film di Guerra. Un confronto tra nazismo e potenze occidentali non può che non essere un discorso sulla Seconda Guerra Mondiale. Christopher Nolan è andato fuori tema? In un certo senso, il regista londinese (47 anni compiuti il 30 luglio scorso) chiarisce le sue tendenze, in apparenza legate a figure dell’Oltre, con i Batman (Begins e Dark Knight), con  le sfide impossibili dei prestigiatori (The Prestige), con la gestione delle menti (Inception) e con il sogno “agricolo” di una rinascita dal futuro/passato (Interstellar): si ferma in un punto, blocca il tempo della vita nel momento di rottura, quando la vittoria dell’uno determina la morte dell’altro, il punto in cui l’azione rappresentata – il solo tipo di azione possibile, verrà da dire – segna anche il suo essere trascorsa e indica insieme l’attacco di una nuova possibilità, la speranza di una rigenerazione, al di là  – e non può che essere al di là, oltre – dell’assurdo Presente. Ancora fantascienza. No guerra, guerra passata e attuale, in una lezione filosofica teoretica, costruita con linguaggio d’occasione (pertinente, secondo circostanza), preso dalla presenza di un’attualità che s’impone, che pretende attenzione. L’ultimo istante per vivere è ogni volta, è sempre, non solo quando una bomba cade dal cielo. L’ovvietà viene spesso in soccorso all’arte, proponendo la trasformazione del dato in opera originale. L’occasione attinge alla solitudine e determina possibilità altre. Non c’è altro modo, in certi casi, di farla franca. Il soldato, nel film Dunkirk, non può che assistere al proprio ultimo istante, sfruttare l’opportunità fortunata, spingere con le forze residue e morali verso il centimetro estremo che lo salverà, respirare l’urlo di un suono (magistrale uso della musica di Hans Zimmer, cadenza implacabile e battito del cuore) che lega l’arrivo delle bombe dal cielo e il lamento d’acciaio della nave contro il molo posticcio gremito di vittime predestinate in cerca di salvezza. Il soldato è Tommy (Fionn Whitehead) e i Tommy sono tanti. Quattrocentomila uomini delle truppe britanniche, intrappolati sulle spiagge di Dunkerque, attendono di essere evacuati mentre di momento in momento si avvicina la minaccia delle forze tedesche, dal cielo e da terra. E’ il 1940, la guerra può subire una svolta che muterebbe le sorti del mondo. Ancora oggi lo stesso Kenneth Branagh, che nel film ha il ruolo del comandante della Marina Britannica, osserva: «La vita di tutti avrebbe preso un’altra direzione». Ma questa è la “storia vera” di quella evacuazione epica, alla quale contribuirono in maniera determinante anche cittadini (Mark Rylance è Dawson) con i loro mezzi di mare privati, messi a disposizione in quel momento drammatico. Il senso profondo va al di là, è nell’impressione che dallo schermo “immenso” (film girato con tecnologia IMAX e pellicola 65mm) si proietta sullo spettatore, è il senso della sequenza “assoluta” di un sol tempo di vita, a fronte del quale l’arresto dell’elica di un aereo della RAF al culmine dell’ “ultima battaglia” (il pilota è Tom Hardy), corrisponde alla sosta liberatoria dell’incubo, alla comprensione del valore, alla soluzione del problema. Ma non si pensi alla benedizione del caso. Il filo narrativo del film non lascia spazio a dimensioni astratte ed è proprio qui la riuscita dell’arte. Gli Spietfire nel cielo ampio e le strette passerelle dal molo alle navi segnano il medesimo limite della vita vissuta, dove lo spirito è una forza, dove la salvezza è nella disponibilità ordinata e coordinata a ricavare dall’ultima opportunità la sola speranza. Come in ogni giorno e in ogni momento della nostra esistenza libera, tuttora. Dunkirk è la grande prova di senso epico e spettacolare di un autore che non si abbandona allo spettacolo e lo usa come vuol essere usato: veicolo di senso.

Franco Pecori

 

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31 agosto 2017