La complessità del senso
20 06 2018

L’ora più buia

Darkest Hour
Regia Joe Wright, 2017
Sceneggiatura Anthony McCarten
Fotografia Bruno Delbonnel
Attori Gary Oldman, Lily James, Ben Mendelsohn, Stephen Dillane, Kristin Scott Thomas, Charley Palmer Rothwell, Ronald Pickup, Hannah Steele, Richard Lumsden, Nicholas Jones, Jordan Waller.
Premi Oscar 2018: Gary Oldman at. Lee Smith mont.

1940. In vista della completa disfatta, l’indipendenza britannica fu salvata dall’uomo che non volle piegarsi a chiedere un compromesso a Hitler tramite il suo “lacchè” italiano. Winston Churchill trovò l’ultima possibilità di difendere la libertà in un appello alle energie civili della nazione. Sull’orlo della disperazione, quando i suoi avversari politici, il visconte di Halifax (Stephen Dillane) e Neville Chamberlain (Ronald Pickup), sembrano averla spuntata con la loro tesi del tentativo di armistizio con i nazisti, il primo ministro inglese, solo, si avvia a piedi e sale sulla metro. Il  regista Joe Wright evita magistralmente il pericolo della retorica dando vita umana alla scena che Gary Oldman (mente e corpo winstoniani a disposizione dell’obbiettivo) trasforma nel miracolo della volontà e dell’orgoglio popolare. La svolta finale, lo dice la Storia (un po’ anche mito) e lo si  è visto nel bellissimo Dunkirk di Christopher Nolan, è nel coinvolgimento di un’improvvisata, generosa e patriottica flotta civile per trarre in salvo le truppe intrappolate sulle coste della Manica. Quello di Wright e dello sceneggiatore Anthony McCarten è il Churchill che impara a parlare alla nazione attraverso la radio, un po’ come il Giorgio VI / Colin Firth, Oscar 2011 – e anche qui il contributo femminile alla consistenza dell’uomo si può notare nell’amorevole ed energico appoggio della donna a lui più vicina, la moglie Clementine (Kristin Scott Thomas); è anche l’orso severo che s’intenerisce per la sofferenza e la dedizione di Elizabeth Layton (Lily James), la giovane dattilografa che ha perso il fratello in guerra; ed è la figura politica che sa trovare nella simbologia ironica e perfino furbesca di un gesto volgare (il segno di vittoria con le due dita, indice e medio, rovesciate all’interno) la sintesi comunicativa di un ottimismo necessario contro la diabolica arroganza della ferocia nazista. E tuttavia L’ora più buia non è un film-lezione di storia. Prevale il personaggio Churchill, colto a tutti i livelli, nei momenti istituzionali e in quelli intimi, con la moglie e col re. Decisivo è il colloquio riservato con Giorgio VI, tra due uomini profondamente coinvolti in un dramma di portata mondiale. Sulla Storia e sulla rilevanza politica delle scelte la discussione può anche considerarsi aperta, ma la sostanza del personaggio è ciò che palesemente interessa alla regia, fino alla nobile confezione di un quadro piuttosto teatrale, coerente con una linea produttiva ed estetica dal filo inequivocabile, da Orgoglio e pregiudizio (2005) a Espiazione (2006), ad Anna Karenina (2012). La modernità dello sguardo passa per il romanticismo moderno delle figure. Quanto alla salvezza dell’Europa, il discorso è tuttora a venire.

Franco Pecori

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18 gennaio 2018