La complessità del senso
28 06 2017

Un amore di gioventù

Un amour de jeunesse
Mia Hansen-Løve, 2011
Fotografia Stéphane Fontaine
Lola Créton, Sebastian Urzendowsky, Magne Håvard Brekke, Valérie Bonneton, Serge Renko, Özay Fecht.
Locarno 2011, concorso: Menzione Speciale Giuria.

Trasferimenti. Non c’è un attimo di sosta, i protagonisti continuano a spostarsi da un punto all’altro (del film? del cinema?), in bicicletta, a piedi, in tram, in casa o in campagna, nell’acqua o in auto e perfino sul letto non trovano pace. Rossellini avvertiva di stare attenti a far andare i personaggi da un punto all’altro, se proprio non ve ne sia motivo. La regista francese Mia Hansen-Løve non ha certo l’aria della sprovveduta, fa parte di una nuova generazione di autori, coscienti delle proprie radici e del contesto in cui si muovono. Dopo il successo di Cannes 2009 (Il padre dei miei figli premiato nella sezione Un certain regard) arriva da Locarno 2011 questo “amore giovanile prolungato”, menzionato dalla Giuria e profumato di vaghezze post-nouvelle-vague. Vediamo quindi di orientarci nei movimenti. Due adolescenti si amano, Camille (Lola Créton) e Sullivan (Sebastian Urzendowsky) pedalano appassionati per la città e per la campagna, camminano, nuotano, fanno l’amore, lei quindicenne risoluta, lui più grandino e svogliato a scuola. Colgono ciliege, si sfiorano, si abbracciano, non vedono altro. Hanno un movimento perpetuo che denuncia la ricerca rapida e di-sperata di un punto d’orientamento comune, un traguardo che dia un senso a quel loro sentimento debole/forte così attrattivo, sentimento dei corpi e della vita in un misto di sensazioni e sogni. Il punto non lo troveranno, continueranno a muoversi, a spostarsi. Sullivan sente di voler vivere oltre Camille e parte per il Sudamerica, Camille s’intestardisce nell’esclusiva e soffre. Lascia intendere che non mollerà mai. Ragazza intelligente e sensibile, studierà architettura e lascerà sbocciare un nuovo amore con un architetto (Magne Håvard Brekke)  da cui impara la professione, ma la passione di gioventù riemerge alla prima occasione. Fa bene la regista a non insistere sull’occasionalità del ritrovamento, il “ritorno” di Sullivan accade in un attimo, non è nemmeno un ritorno. L’amore di Camille è testardo e tutto racchiuso nella personalità della ragazzina ormai donna, l’impressione è che non sia un sentimento contestabile. E comunque non ha traguardo. Il trasferimento continua, contrario cinematograficamente al “pedinamento” neorealistico, all’utopia del documento assoluto: qui è la cinepresa a creare il movimento, il cinema produce, non segue.

Franco Pecori

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22 giugno 2012