La complessità del senso
26 06 2017

La vendetta di un uomo tranquillo

film_lavendettadiunuomotranquilloTarde para la ira
Regia Raúl Arévalo, 2016
Sceneggiatura Raúl Arévalo, David Pulido
Fotografia Arnau Valls Colomer
Attori Antonio de la Torre, Luis Callejo, Ruth Díaz, Raúl Jiménez, Manolo Solo, Font García, Pilar Gómez, Alicia Rubio.
Premi Venezia 2016, Orizzonti: Ruth Díaz atr. Goya Awards 2017

Il titolo originale definisce lo stato d’animo dell’ira nel protagonista, dice “lento”. La traduzione italiana opera due specifiche, la ragione dell’ira è una vendetta e il protagonista è un “uomo tranquillo”. Quest’ultima è una suggestione che porterebbe alla “tranquillità” fordiana di John Wayne, se non fosse già che il premiato The Quiet Man (a Venezia e agli Oscar 1952), era una “commedia” (anomala rispetto alle tendenze del regista). Tuttavia, l’accostamento non sarebbe neanche del tutto improprio, non tanto da cancellare una certa ironicità nell’analogia – se per ironia non s’intendesse, come si fa troppo spesso oggi, lo svacco cazzeggiante delle restaurazioni parodistiche. Il pregio maggiore di questa Vendetta dell’attore spagnolo Raúl Arévalo (Volver, Ballata dell’odio e dell’amore, Gli amanti passeggeriLa isla mínima) passato ora alla regia è proprio nel mantenere l’ira di Jose (Antonio de la Torre) compressa nel petto del personaggio e, di conseguenza, nel tracciato stesso della storia narrata, una storia tutta sua, interna. Di Jose non sappiamo molto e forse non ce ne importa nemmeno, possiamo considerarlo un corpo veicolo. Eppure, è il valore del film. L’ira che si porta dentro, lento com’egli è, autodistruttivo, inquina l’esistenza di altri, di tutti gli altri, gente che si muove in tempi costretti da un montaggio impietoso in giunture segnate da accettate secche, contrarie a ogni ipotetica ellissi (contraddizione interna). Jose soffre di un’ira insoddisfacente (come tutte le ire?), una passione che non prevede catarsi e produce, invece, un senso di prostrazione definitivo che dall’ultima inquadratura si propagherà sul resto della storia, sgradevole da immaginare. Contrariamente al suo genere, il thriller stavolta non accetta riduzione a trama e affida la suspence all’ira funesta di un protagonista occulto quanto presente, consapevole e maligno quanto vittima del proprio sentimento, del proprio immondo destino. Lasciamo allo spettatore, com’è giusto che sia, il piacere della scoperta, di individuare il preciso ruolo del protagonista. Avvertiamo solamente di fare attenzione alla prima sequenza del film. La rapina a una gioielleria – di cui vedremo poi altri dettagli dalla registrazione di una cam nascosta nel locale – finisce male per i rapinatori. L’unico a salvarsi è Curro (Luis Callejo), il quale si farà otto anni di carcere. Al termine della pena troverà che la sua donna, Ana (Ruth Díaz), non è più la stessa. L’uomo se la prende con Jose, ma invece dovrà seguirlo e “assisterlo” nel suo disegno di meditata vendetta. Il senso complessivo è di “inferiorità”, inadeguatezza a risolvere, incolmabilità della distanza, frustrazione esistenziale per una “lentezza” che non definisce, per una sete di morte che non risolve la vita. La prima volta di Arévalo alla regia è degna di segnalazione per la capacità di dare corpo al genere senza aver l’aria di “sperimentare” soluzioni artistiche, racchiudendo piuttosto la sensibilità estetica in una cifra espressiva “consanguinea” al tema. Il cinema spagnolo ha riconosciuto nel film il maggior valore della stagione.

Franco Pecori

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30 marzo 2017