La complessità del senso
28 06 2017

Victor – La storia segreta del Dottor Frankenstein

VICTORFRANK_CmpB_1Sht_LQVictor Frankenstein
Regia Paul McGuigan, 2015
Sceneggiatura Max Landis
Fotografia Fabian Wagner
Attori James McAvoy, Daniel Radcliffe, Jessica Brown Findlay, Andrew Scott, Freddie Fox, Charles Dance, Daniel Mays, Callum Turner, Bronson Webb, Spencer Wilding, Robin Pearce, Mark Gatiss.

Oh Boris! Nessuna nostalgia per il mostro del 1931 a cui il regista James Whale attribuì le sembianze di Boris Karloff. Non parliamo di noi, è il cinema ad aver dimenticato. Il romanzo di Mary Shelley è sepolto insieme all’horror fantascientifico della Universal nel pozzo senza tempo della facilità. Diciamo pure disinvoltura. L’idea lontana di un risvolto mostruoso della qualità e della condizione umana, con le conseguenze scientifiche – e però inevitabilmente storiche – sulla prospettiva culturale ed esistenziale, trova oggi il suo fixing nell’espressione residuale della maschera potteriana di Daniel Radcliffe. E la borsa dell’immaginario va giù. La variazione di puntare sul personaggio di Igor Strausman, assistente di Victor prelevato con qualche conseguenza criminaloide dalla pista di un circo di maniera, non fornisce né alla sceneggiatura né al senso estetico del film, il puntello per una profondità minima, necessaria a dare al sottofondo drammatico il giusto peso dell’esemplarità di una traccia che possa rendere verosimile (non nel senso di simile al vero) il racconto oggi. Ecco che allora sale in primo piano il ruolo dello “sperimentatore” Frankenstein (James McAvoy), troppo “bello” e troppo “attore” per non essere poco più che un esibizionista. Insomma il coté scientifico si scioglie in un narcisismo non richiesto. E, ancora più grave, il “mostro” finisce per essere, spettacolarmente, un giochino irrilevante, a confronto delle articolazioni effettistiche cui ci hanno abituato le tecnologie. E non si tratta tanto di una debolezza tecnica, anche se piuttosto vistosa, quanto della non necessarietà del comparire; una presenza, quella del mostro, di cui oggi nemmeno gli assuefatti al videogioco avvertiranno la sorpresa, né tantomeno il brivido. Resta da annotare come la filosofia del film sia nettamente reazionaria rispetto a possibili deduzioni sull’arroganza progettuale del secolo presente. Traduzione semplificata: “Uomo, che ti sei messo in testa? Chi ti credi di essere?”.  Tutto qui.

Franco Pecori

 

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7 aprile 2016