La complessità del senso
19 11 2017

Una questione privata

Una questione privata
Regia Paolo Taviani, 2017
Sceneggiatura Paolo e Vittorio Taviani
Fotografia Simone Zampagni
Attori Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo OLmo Antinori, Antonella Attili, Giulkio Beranek, Mario Bois, Marco Brinzi, Fabrizio Colica, Mauro Conte, Fabrizio Costella, Lorenzo Demaria, Andrea Di Maria, Guglielmo Favilla, Anna Ferruzzo, Giuseppe Lo Piccolo, Vincenzo Nemolato, Tommaso Maria Neri, Alessandro Sperduti,, Francesco Testa, Francesco Turbanti, Josafat Vagni.

Il classico come provocazione. Il romanzo di Beppe Fenoglio (Alba 1922-Torino 1963) da cui il film non ha certo voluto mai avere caratteri di sperimentazione o di avanguardia letteraria. C’è la scrittura perché c’è stato un tempo in cui i libri venivano scritti, ma si tratta di una scrittura “calma”, che traduce sentimenti molto interni, a confronto – si direbbe quasi a dispetto – del referente “realistico”, i paesaggi, le occasioni, i fatti, le tensioni relative alla Resistenza contro il fascismo. Nessuna ansia espressiva, bensì collegamento profondo con i sentimenti individuali e con le circostanze storiche. La provocazione non è stilistica e tuttavia è forte, lo era nel libro alla sua uscita (1963), mentre le scritture e anche il cinema consolidavano la voglia di un riscatto e di un rinnovamento rispetto alle convenzioni neorealistiche; e lo è nel film di Paolo e Vittorio Taviani, rispetto a un contesto variegato e contraddittorio che vede un inestricabile intreccio di rivisitazioni, rifacimenti, ri-montaggi e false innovazioni “tecnologiche”. La provocazione è nel titolo, nel tema, nella questione. Lo scontro tra le parti inconciliabili, la Resistenza e il fascismo, la lotta fisica, tremenda e anche truce, tra partigiani e “scarafaggi”, non cancella e nemmeno attenua le istanze affettive, personali, intime, la valenza delle storie interrotte, dei sentimenti sospesi che continuarono a segnare il “privato” di ciascun combattente. Il tema sarà caldo, valido, importante anche nei periodi successivi, nel Sessantotto, negli anni Settanta, e non solo in Italia. Basta guardarsi intorno, a vedere oggi il flusso delle trasmigrazioni dal Sud, movimenti di masse e di individui, ciascuno con le loro “questioni private”. Nel caso specifico, la questione privata è – senza dimenticarne appunto il valore provocatorio – di tipo sentimentale, si riferisce all’amore solo in parte espresso e mai realizzatosi di Milton (Luca Marinelli) per Fulvia (Valentina Bellè). Nell’estate del ’43 la ragazza si lasciò corteggiare dai due amici, l’allegro ed estroverso Giorgio (Lorenzo Richelmy) e il riflessivo e gentile Milton. I tre giovani s’incontravano nella villa di Fulvia, ascoltavano soprattutto un disco “Over the Raimbow”, Giorgio faceva ballare l’amica, Milton le scriveva lettere poetiche. Passato un anno, tutto è cambiato. Il film si apre con la nebbia che avvolge le Langhe mentre tra i boschi e tra le case i partigiani contrastano l’arrogante dominio fascista. Giorgio e Milton, entrambi nella Resistenza, sono stati separati dagli eventi. Improvvisamente ecco Milton davanti alla facciata di quella villa estiva, il giovane non resiste alla tentazione di bussare alla porta e chiede alla custode di entrare, vuole visitare la casa. Comincia qui l’alternanza di passato e presente che turberà Milton fino a sconvolgerlo. Riemerge il sentimento incompiuto per Fulvia e, dopo un’allusione della custode a una possibile intimità trascorsa tra la ragazza e Giorgio, una gelosia retrospettiva s’impadronisce di Milton e non lo lascia più. La ricerca dell’amico, il bisogno di un confronto, trasformano il partigiano in un combattente con fini personali. I Taviani mantengono il loro stile ma senza l’efficacia di una volta. Senza la perfezione del tratto compositivo di Boccaccio 70 e senza la pienezza e omogeneità formale di Cesare deve morire (e lasciando stare i capolavori degli anni ’70), la Questione cede il passo a una vaghezza poetica che solo in alcune sequenze sale al richiesto piano della poesia. Il punto è proprio che il tipo di racconto, della memoria e dell’intimità dei sentimenti mai tradotti in parole, sembra attendere inutilmente l’adeguata dinamica delle sequenze, mentre il film resta “inchiodato” nel suo disegno progettuale. Da parte loro, gli attori manifestano qua e là un certo disagio nel dosaggio dei toni. [Festa del Cinema di Roma 2017, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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1 novembre 2017