La complessità del senso
18 10 2017

Una famiglia

Una famiglia
Regia Sebastiano Riso, 2017
Sceneggiatura Andrea Cedrola, Stefano Grasso, Sebastiano Riso
Fotografia Piero Basso
Attori Micaela Ramazzotti, Patrick Briel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi, Matilda De Angelis, Ennio Fantastichini, Sebastian Gimelli Morosin, Alessandro Riceci, Manuela Lo Sicco, Gaetano Bruno.

Nella sinossi per la stampa si legge: “Eppure, a uno sguardo più attento, è difficile non notare piccoli segni di inquietudine”. E ad apertura di film, l’avvertenza: “Ispirato da storie vere”. In sostanza – e nella forma -, la solita questione: Realismo e Fantasia. L’elastico tra referenza e apporto estetico sarà decisivo per valutare il risultato, cioè il film. Le “storie vere” da cui parte Sebastiano Riso (terza regia dopo Il coraggio 2011 e Più buio di mezzanotte 2014) riguardano il tema generale della “nuova” famiglia, aperta e libera per alcuni, confusa e squinternata per altri, con le conseguenze più disparate sulla vita di coppia e sui destini della procreazione. Qui in particolare, a Roma oggi,  si dettaglia sul commercio delle creature, concepite secondo programmata compravendita, fuorilegge e fuori morale comune. Coinvolti non solo i “genitori”/”produttori” ma anche medici farabutti e “nuove” famiglie adottive, anche omosex, vogliose di amore genitoriale, spesso tradotto dalle mitologie massmediologiche contemporanee. Così o secondo ottiche diverse, la situazione si evolve in direzioni socio-antropologiche non facilmente determinabili e secondo rigidità drammatiche. Maria (Micaela Ramazzotti) e Vincenzo (Patrick Briel) si amano? Si fa presto a dire. La coppia sembra affiatata e propensa alla passione (molte scene di consumazione sfrenata), ma i due programmano figli da vendere. Le immagini delle prime sequenze suggeriscono una lettura estetica, espressività del quotidiano, “oggetti” e comportamenti “livellati” su di un’ottica che parrebbe antonioniana, quasi nell’attesa di sorprese catturabili con naturalezza. Ma poi, quasi subito, diventa “difficile non notare” segni non omogenei alla diegesi. Cioè segni facilmente notabili, ossia poco discreti. Si tratta di valutare se “o-sceni” nell’economia espressiva. Tutto qui, in fondo. Il trattamento dei particolari “intensi” rischia di non superare il livello dell’esercitazione, a fronte di una sfida (ambizione meritevole in quanto tale) cercata a ogni costo, tra occhio realistico e soluzione estetica. L’utilizzo del cast è sintomatico di un quasi-disagio proporzionale rispetto al traguardo intenzionale. La Ramazzotti “costretta” a mettercela tutta, Briel in difficoltà con il livello di ambiguità (il noir è in agguato) richiestogli dal copione. Verso metà del film, si diventa facili profeti circa un finale alla “sans facon”. Imperdonabile se riandiamo alle premesse.

Franco Pecori

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28 settembre 2017