La complessità del senso
17 12 2017

La vita di Adele

film_lavitadiadeleLa vie d’Adèle
Regia Abdellatif Kechiche, 2013
Sceneggiatura Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix
Fotografia Sofian El Fani
Attori Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Salim Kechiou che, Mona Walravens, Jérémie Laheurte, Alma Jodorowski, Aurélien Recoing, Catherine Salée, Fanny Maurin, Benjamin Siksou,  Sandor Funtek.
Premi Cannes 2013 Palma d’Oro, Premio Fipresci.

A 15 anni, si può avere del mondo un’immagine schematica, le informazioni sono ancora poche, le sensazioni si accavallano confusamente, la propensione percettiva accumula dati che dovranno poi organizzarsi meglio per una visione più matura nel tempo. L’avvio e tutta la prima parte del film lascia credere che si tratti di un’esplorazione sul versante psicosociopedagogico, con l’occhio della cinepresa incollato su Adele (Adèle Exarchopoulos), liceale in rapida crescita e prossima all’esplosione. Il metodo del franco-tunisino Abdellatif Kechiche resta il medesimo già collaudato con successo nei precedenti La schivata 2003, Cous cous 2007 e Venere nera 2010: un cinema naturalistico, un “tallonamento” della realtà – Cesare Zavattini, perseguendo l’utopia del film “lungo quanto la vita di un uomo”, direbbe “pedinamento” -, con l’idea di coglierla “sul fatto”  senza nemmeno darlo a vedere, come se l’obbiettivo fosse esso per primo preda di una vocazione all’orgasmo visionario. Vediamo la giovane uscire dal portoncino di casa e incamminarsi a piedi come andando incontro a un destino qualunque, un destino che ha l’aria di identificarsi col film. Si procede quindi in una qualche direzione, “fidandosi” dell’attrattiva che Adele esercita verso le “cose” che incontra, oggetti e persone, compagni di scuola, alberi, scale, volti, discorsi dei professori, pagine incompiute di Mariveaux (“La vie de Marianne”). E’ la vita “normale” da cui il cinema – di Kechiche, ma diremmo il cinema francese di radice Nouvellevague – sa far scaturire qualcosa di speciale ad ogni momento. Due o tre cose che veniamo a sapere della ragazza (magari più con l’aiuto di Truffaut che di Godard). Basta già non distrarsi quando vediamo Adele in casa, a tavola con i suoi, mangiare avidamente gli spaghetti: presto una bocca così assaporerà con gusto le cose del mondo. Molto presto lo sguardo di un giovane capitato a caso, gran godimento e rapido distacco. Sarà il primo segnale di un turbine profondo che riguarda il corpo della ragazza, il suo rapporto con la realtà. Qui il film comincia a scaricare la tensione iniziale sul versante più convenzionale della “storia d’amore”. L’apparizione di Emma (Léa Seydoux), pittrice in ascesa e dai capelli blu, rende unico l’impatto, altrimenti banale, con gli ambienti omosessuali e notturni in cui Adele si ritrova senza quasi accorgersene. La “freschezza” espressiva della Exarchopoulos si confronta con la maschera allusiva di un’attrice che ha conosciuto autori come Quentin Tarantino, Ridley Scott, Woody Allen e che da ultimo ha vestito i panni della smaliziata Sister di Ursula Meier. La naturalezza della vita sul set lascia sempre più spazio alle prestazioni sessuali lesbiche fino a consolidare, con appassionata identificazione, una tematica anche ben al di là dello spunto fumettistico del film (libero adattamento da “Il blu è un colore caldo”, fumetto di Julie Maroh). Amore e tradimento, ritrattistica e gallerie d’arte, gelosia e separazione vanno a comporre quadri di un cinema “à la mode”, al di qua delle istanze propulsive iniziali. La grande lezione del cinema “Sessanta”, gli spiragli di verità colti sul set, la lezione dell’improvvisazione che fa l’elastico con la scrittura e stimola l’autenticità cogliendola dalla costruzione stessa della messa in scena: sono le intenzioni che si perdono strada facendo, verso un finale inutilmente “aperto”. Adele, ora maestra elementare, si avvia di nuovo verso le cose del mondo, con passo forse più consapevole e non meno curioso, ma stavolta tutto sembra già pronto per un “continua” ristrutturato in funzione delle aspettative del pubblico. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

 

 

    

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24 ottobre 2013