La complessità del senso
21 04 2018

Paradise

Paradise
Regia Andrei Konchalovsky, 2016
Sceneggiatura Andrei Konchalovsky, Elena Kiseleva
Fotografia Aleksandr Simonov
Attori Julia Vysotskaya, Christian Clauß, Philippe Duquesne, Peter Kurth, Jakob Diehl, Viktor Sukhorukov, Vera Voronkova, Jean-Denis Römer, Isabelle Habiague, Pyotr Mikhalkov, Valérie Zaccomer, Pierre Nisse, George Lenz, Hans Heinrich Hardt, Katharina Blaschke, Christa Lampert, Thea Schnering, Johann Friedrich von Eichborn, Yola Sanko, Larisa Kuznetsova, Natalya Kurdyubova, Inga Lev, Jacob Manevich, Daniel Tkachev, Ramona Kunze-Libnow, Philipp Basener, Caroline Piette.
Premi Venezia 2016: Andrei Konchalovsky Reg.

Il concetto di Paradiso non può che essere assoluto, derivare da una filosofia idealistica. E comprende il suo contrario, Inferno. Per un nazista, il progetto di quella società che non stiamo qui a ridescrivere e ridefinire contempla la perfezione. La perfezione ideale comporta, nella Storia – cioè fuori dall’ideale -, la mancata realizzazione del progetto. Tale dramma filosofico, tradotto in un film, può intitolarsi Paradise e il regista può chiamarsi Andrei Konchalovsky. Il premio ottenuto alla Mostra di Venezia, Leone d’Argento e non d’Oro, svela la conseguenza del giudizio: un premio… infernale. L’autore di opere come Zio Vanja 1971, Siberiade 1979, A 30 secondi dalla fine 1985, Il proiezionista 1991, La casa dei matti 2002, gioca qui la carta del rischio/limite, attingendo a una configurazione teatrale (da camera) di base e sostanziandola di scene cinematografiche non del tutto prive di una tollerabile cifra manieristica, a cominciare dalla scelta della fotografia in simil bianco/nero (trattamento in postproduzione) e dalla forma classica del quadro (1.37 : 1). Il tema dei campi di concentramento e dello sterminio degli ebrei, come tema storico, ha certamente la sua fondamentale dignità e ogni conferma del giudizio negativo sui fatti e sui falsi princìpi che li produssero non può che essere approvata. Ma la forma del film di Konchalovsky non tragga in inganno. Paradise, pur nell’assunzione di un’immagine complessiva di tipo “documentario” non è, o non è soltanto, o meglio: non è che il punto d’avvio per la drammatizzazione di una riflessione – anche e immancabilmente scenica, si capisce – sulla tensione ideale (non idealistica) che alcune scelte, obbligate o preferenziali, comportano, fino alle estreme conseguenze non solo morali bensì teoretiche. Paradiso/Inferno, appunto. La trama del film non è complicata: il destino di tre personaggi s’incrocia attraverso il tragico periodo dei forni crematori. Vediamo le scene di sofferenza che ci aspettiamo di vedere, asciugate al massimo, in modo da evitare ridondanze inutili. Ma il dramma è “fuori scena”, arriva a noi da sequenze staccate dalla rappresentazione dei “fatti”: i tre protagonisti occupano alternativamente uno spazio di “confessione narrata” da loro stessi, parlano di fronte alla macchina da presa e raccontano in prima persona ciascuno la propria storia, ciascuno con le sue parole, ciascuno “denunciando” la propria visione delle cose, in senso morale e secondo una loro dimensione interna, di testimonianza e di oggettiva (sembra una contraddizione in termini ma è proprio qui il punto catartico) autodenuncia. Olga (Julia Vysotskaya) è una principessa russa impegnata nella Resistenza francese. I suoi guai derivano dall’aver aiutato alcuni bambini ebrei. Viene imprigionata e si trova di fronte Jules (Philippe Duquesne), collaborazionista francese dalla personalità equivoca, al quale offre il proprio corpo in cambio della salvezza di se stessa e dei bambini. Toccherà a Jules di metterci a parte dei motivi della propria condizione ambigua. Olga riprenderà più volte il suo discorso e ci farà vivere l’angosciosa trasformazione interiore che la sua persona è stata destinata a subire, dal periodo della bella vita, durante il quale ebbe modo di incontrare Helmut (Christian Clauß) in Italia (le note di “Parlami d’amore Mariù” hanno un effetto agghiacciante nostalgia), alla ripresa del loro rapporto nella nuova triste situazione del dominio nazista. Helmut ha da raccontarci anch’egli qualcosa d’importante avvenuto dentro di sé, nella sua coscienza vulnerabile di nobile tedesco approdato agli alti incarichi delle SS. La coppia tende a riformarsi, ma il possibile rapporto sentimentale dei due è il lato meno interessante della vicenda, surclassato dalle ragioni interne che portano i personaggi a vivere fino in fondo la propria storia, il proprio Paradiso. Konchalovsky ci offre l’opportunità di partecipare a un giudizio severo e non facile, giacché siamo invitati ad andare oltre il dato storico conosciuto e riconosciuto, per entrare all’interno della tragica dialettica delle persone in questione, prigioniere di se stesse in un contesto che a dire restrittivo è ancora troppo poco rispetto alla qualità soffocante dell’aria irrespirabile giunta fino a noi dopo il lungo cammino dei giorni dal nazismo a oggi. La sceneggiatura del film diviene termine riduttivo rispetto al “distacco” del montaggio (Ekaterina Vesheva, Sergei Taraskin) scenico, con cui la struttura dell’opera si propone alle menti e alle coscienze del Tremila. 

Franco Pecori

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25 gennaio 2018