La complessità del senso
27 09 2020

Un amico straordinario

A Beautiful Day in the Neighborhood
Regia Marielle Heller, 2019
Sceneggiatura Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Fotografia Jody Lee Lipes
Attori Tom Hanks, Matthew Rhys, Wendy Makkena, Enrico Colantoni, Chris Cooper, Tammy Blanchard, Christine Lahti, Maddie Corman.

Tutto vero e tutto falso, un po’ come nel precedente film di Marielle Heller, Copia originale (2018). Negli anni ’90, tempi in cui divenne “sempre più difficile campare senza spalare merda”, Melissa McCarthy era nella parte di una scrittrice in crisi professionale, ingegnosamente dedita a copiature di originali per collezionisti. Qui l’ “inganno” è affidato a una prospettiva più estesa, almeno in potenza. Protagonista è Tom Hanks, “di ritorno” dall’indimenticabile e strutturalmente centrale ruolo di Forrest Gump (1994), il sempliciotto occultatore ottimista delle verità più difficili. Storia e messa in scena si confrontano nella figura di un intrattenitore televisivo americano, bonario, sottilmente ironico, toni pacati, sguardo dolce e un po’ allusivo. Peer tre decenni, fino al 2001, il programma Mister Roger’s Neighborhood andò in onda predicando ai piccoli spettatori e ai loro genitori un’attenzione sottile e “corretta” verso i comportamenti e l’interpretazione dei modi di approccio alla “realtà”, sia pure in forme elementari (all’apparenza). Forme usuali, quotidiane e/o riferite a personaggi spesso fiabeschi e “di compagnia” per i piccini, implicavano un controllo assiduo dei rapporti interpersonali e una progressiva coscienza del vivere. L’inizio del film ricostruisce fedelmente l’impianto scenico e narrativo di quel programma, con l’ambiente in cui Fred Rogers si muoveva immedesimandosi nei pupazzi – il conduttore era capace di animarli muovendoli con la mano (ricordate il nostro Topo Gigio?) – e lasciando spazio a giocattoli in automazione che riproducevano momenti dell’immaginario infantile. Un vero fenomeno segnava quel tempo, tanto che un giornalista venne incaricato di intervistare Rogers – nella vita un pastore protestante -, per scoprire il segreto del vasto consenso. Il lato interessante  fu che Lloyd Vogel, il giornalista (Matthew Rhys), aveva fino a quel momento caratterizzato il proprio valore professionale attraverso la “rabbia” dei suoi articoli, delle sue inchieste corrosive. A contatto con Rogers, sarà il reporter a finire “intervistato”, sarà il mito a estrarre tipi di “verità” anche dal privato del giornalista, segnalando la nion-distanza tra comunicazione e vita, tra stereotipo dei modi e radice del sentimento. Sarà insomma il mito a chiarire se stesso, attraverso un processo – anche scenico – di traduzione da comportamento a intimità. Il giornalista viene invitato a guardarsi e a scoprire i modi giusti per rintracciare l’origine della propria storia,  origine che “in ciascuno di noi” avrà potuto poi determinare scelte personali decisive. Il film mostra purtroppo qualche difficoltà nel tener dietro a un traguardo  di “ambiguità” quale prospettato a livello di referente (il pluripremiato profilo di Mister Rogers, pubblicato dall’Esquire nel 1998) e di sceneggiatura. Tom Hanks tiene bene il grado di suspense psicologica nella prima parte, ma poi sembra arrendersi alla semplificazione eccessiva impostagli dal “prodotto”, per una banalizzazione non necessaria e palesemente mirata verso un grado di accettabilità del piano morale della favola. Fin troppo arrendevole il ruolo di Vogel/Rhys. L’attore finisce quasi per cancellare la plusvalenza del senso. [Disponibile su Chili]

Franco Pecori

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14 settembre 2020