La complessità del senso
27 11 2020

Ritratto della giovane in fiamme

Portrait de la jeune fille en feu
Regia Céline Sciamma, 2019
Sceneggiatura Céline Sciamma
Fotografia Claire Mathon
Attori Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Christel Baras, Armande Boulanger, Guy Delamarche, Clément Bouyssou.
Premi Cannes 2019: Céline Sciamma sg, 

Marianna de Leyva (Suor Virginia Maria, la Monaca di Monza del Mazoni), morì nella sua cella del Ritiro di Santa Valeria, nel 1650. In Spagna regnava Filippo III. Del 14 luglio 1789 è la presa della Bastiglia, momento che segna il passaggio all’era moderna. Il film di Céline Sciamma è ambientato nella Bretagna del 1770, i “Lumi della Ragione” aprono la strada verso il cambio d’epoca. Se una contessa (Valeria Golino) pensa bene di tirar fuori dal convento delle Benedettine sua figlia Héloise (Adèle Haenel) in vista di un viaggio a Milano, dove ha individuato per lei un buon partito, il quadro storico ci dice che il disegno della genitrice non sarà di facile realizzazione. Intanto Héloise rifiuta di far da modella per il ritratto con il quale la madre pensa di presentare al meglio la figlia all’uomo destinato a impalmarla. Sicché la pittrice Marianne (Noémie Merlant), chiamata a dipingere il quadro, dovrà almeno inizialmente prestarsi a fingere d’esser lì come dama di compagnia. Uscita dal convento, la giovane soffre di solitudine, risentendo anche della scomparsa di una sorella, forse suicida. In breve, Marianne ed Héloise finiranno per attrarsi e soffriranno per le condizioni ancora “proibitive” dei costumi che non ammettono relazioni esplicite tra donne. A completare il quadro, la sceneggiatura fa posto a un terzo polo, ancora al femminile, della giovane governante, Sophie (Luàna Bajrami), la quale, incinta al terzo mese, si sottopone alla pratica dell’aborto secondo i mezzi e le tecniche primitive allora possibili. Dunque, un film secondo parametri socioculturali cui rimanda la storia dell’emancipazione femminile? Un’opera che si avvale di referenti analitici anch’essi rapportati all’epoca e riutilizzati secondo un “aggiornamento” cinematografico? Tutto qui? È Storia? La realizzazione del ritratto non sarà semplice per Marianne, lungo il film emergono questioni anche strettamente artistiche, o che sembrano tali, implicative anche di condizionamenti psicologici. È Estetica (compreso nel senso filosofico anche il significato primario di “sensazione”)? E visto che siamo davanti a uno schermo nella sala buia, è Cinema? A rigore, Cinema sembrerebbe facile. E però si tratta di un processo paradossale: una specie di “tirarsi indietro” del cinema, un nascondersi con estremo ritegno, un restare tra parentesi, un negarsi generoso e imprescindibile, a vantaggio di un’arte che lo precede e riesponendosi in immagine schermita lo riafferma senza volerlo tirare in primo piano. Le figure e le azioni, gli ambienti e i tempi delle inquadrature, segnati dai colpi di pennello della pittrice e dagli sguardi e dai corpi di Héloise e Marianne, chiedono alla nostra sensibilità di spettatori un interesse che va oltre la proiezione del film, attraggono una stratificazione di interrogativi e di soluzioni ipotetiche che riguarda sfere dell’esistenza sì nella situazione e nella storia, ma specialmente nella dialettica decisiva di una rinascita-nascita di pittura-cinema, sesso-prigionia, condizione-libertà, concetto-principio: un insieme metodologico che sfonda il sistema liberando l’ipotesi di un cinema assente che sprigiona l’immagine del fare immagine. È un’assenza-presenza che siamo chiamati a far vivere sulla nostra pelle, negandone insieme la “veridicità”, sciogliendone i pericoli di “realismo”, bucando la tela (del quadro e dello schermo), invitati all’atto mentale precisamente  dal film-progetto che si nega come tale e si offre al finale che non possiamo anticipare ma che ci sconvolge, poetico quale pochi altri finali. Invitati al dramma della negazione, in vista di una possibilità di primavera (Vivaldi risuona con forte energia), se del cinema e di altro sapremo fare a meno ogni volta che lo schermo sarà barriera. Si sarà capita l’ammirazione per la bravura delle due protagoniste, della cui presenza la cinepresa fa tesoro restando ammirata. Quanto alle parvenze pittoriche, soprattutto in termini di illuminazione, sono la giusta giustissima falsa attrattiva in funzione dell’assenza-cinema, magistrale, di cui sopra.

Franco Pecori

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19 dicembre 2019