La complessità del senso
21 05 2024

Civil War

Civil War
Regia Alex Garland, 2024
Sceneggiatura Alex Garland
Fotografia Rob Hardy
Attori Kirsten Dunst, Wagner Moura, Cailee Spaeny, Stephen McKinley Henderson, Jesse Plemons, Nick Offerman.

“Cittadini americani, le cosiddette forze occidentali di Texas e California hanno subìto una sconfitta molto pesante per mano delle forze militari statunitensi”. L’uomo che parla alla tv ( Nick Offerman) può somigliare a qualcuno che conosciamo. L’uragano di assalti e violenze si sta spostando verso Washington, dove il Presidente degli Stati Uniti s’è messo al riparo. Il giornalista Joel (Wagner Moura) e la reporter Lee (Kirsten Dunst) decidono di andare a vedere e fotografare. Nel feroce trambusto si aggrega Jessie (Cailee Spaeny), giovane dall’irrefrenabile Nikonclic. Diamogli un soprannome: Ultima Speranza. Con loro, il vecchio collega Sammy (Stephen McKinley Henderson) ha l’aria di andare a spendere i suoi giorni finali. Crepitìo continuo di colpi, esplosioni, incendi, cadaveri ovunque. L’umanità al traguardo. Ma quale traguardo? Dopo quale viaggio? Il regista londinese Alex Garland, 23 anni fa, firmava la sceneggiatura di 28 Days Later, di Danni Boyle. Ora ci fa vivere un altro tipo di solitudine, dovuta ad altra disperazione. Nessuna epidemia di scimmie contaminate, ma tsunami di aggressività definitiva, servita dal sopravvento delle armi in un panorama disorientato e aprospettico. Dal greco antico, si dice distopico e, certo, anche tra Sparta e Atene non fu poca cosa. Possiamo sperare, oggi, in un seguito nuovo, che come allora segni la via di una salvezza e di una rinascita? Dal Partenone al Colosseo e alle Torri Gemelle, non era bastato? La Guerra Civile di Garland non dà spiegazioni, ha l’aria di voler essere una “presentazione”. E anche questa è una posizione, forse non dissociabile da un contesto di disperazione, in un retroscena di “distrazioni” fatali. Il tormentato viaggio verso lo “spettacolo finale”, nella montagna di foto scattate a rischio della vita, sono compresi, a Charlottesville, momenti, forse disperati, di rifugio minimale per una sopravvivenza non violenta. Ma le armi sono decisamente troppe, il loro angosciante frastuono azzera prospettive. L’assenza di “spiegazioni”, nella regia, sovrasta il senso del narrato e del narrante, lasciando allo spettatore il duro compito di uscire, dentro di sé, allo scoperto, per una riflessione sullo stato delle cose, sulla loro origine e sulle conseguenze. Una cosa è sicura: la giovane Jessie “prenota” la propria sopravvivenza rischiando ad ogni istante la vita per un clic in più. Destino della comunicazione, del linguaggio delle immagini, della testimonianza autoreferenziale? O anche sostanza umana per cui correre qualsiasi rischio. Del resto, come si dice, morto un Presidente se ne farà un altro. Lo sappiamo come sono gli americani. No, non lo sappiamo. È ancora da capire come avrà fatto Lincoln a vincere. Oppure, godiamoci la strabiliante successione di riprese “verosimili”, con i proiettili che fischiano mantenendoci nel mezzo dell’aria che tira, grazie alla speciale cinepresa, DJI Ronin 4D.

Franco Pecori

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18 Aprile 2024